Pizza, porno, e un bel lavoro. Ingredienti scelti per il preparato di una vita invidiabile, quella che, nei fatti, conduce Max Renn, protagonista del tanto acclamato quanto disorientante Videodrome, capolavoro di David Cronenberg. La pellicola, datata 1983, segue infatti le sue vicende: da direttore di un controverso network televisivo statunitense, che foraggia i suoi spettatori di materiale estremo di ogni genere, all’incontro con il Videodrome, arena oltre lo schermo in cui ogni perversione diventa possibile. Ma a un prezzo molto alto. Perché, «una volta che sei entrato nel Videodrome, non puoi più uscirne». Max comincia a scivolare dentro vividissimi sogni di violenza, dai quali è sempre più difficile districarsi. Cercando di far luce sull’accaduto, si troverà coinvolto in prima persona in una lotta per il controllo della mente umana, che vede contrapposti i teorici di una Nuova Carne – nata dall’unione tra uomo e macchina – a loschi figuri che vogliono usare la tecnologia per annichilire i propri simili.

La lezione di Cronenberg è a tutto tondo, e ancora, dopo più di trent’anni, tremendamente attuale. Il regista canadese ci pone davanti uno scenario talmente distopico da essere vero, dove i sentimenti sono stati soppressi a favore della sofferenza fisica – unico modo per sentire qualcosa – e ogni discorso viene appiattito alla dimensione, monologica, dell’immagine via cavo. I personaggi di Videodrome si bastano da soli, e se vanno alla ricerca degli altri è per soddisfare il desiderio di contatto fisico. Le loro sono vicende e relazioni che viaggiano sulla saturazione del senso della vista, e che, per la familiarità del contesto in cui sono calate, sanno chiamare in causa lo spettatore in prima persona.

È allora vero, come profetizzato nel film, che la macchina è diventata una mera appendice del corpo umano, annoverabile tra gli altri organi che lo compongono? È possibile, a certi livelli di colonizzazione tecnologica, distinguere ancora la finzione dalla realtà? Cronenberg ci argomenta la sua opinione a riguardo inanellando lucidissime allucinazioni una dopo l’altra, così fitte da risultare inestricabili da quanto sappiamo stare intanto accadendo nel mondo. La realtà, per il regista, è solo la percezione che il singolo ha di essa, e nella percezione – fisica e mentale assieme – convergono metafora, allegoria, e un crogiuolo di riferimenti artistici, filosofici, e religiosi.

Perché la gente lo guarda, si chiede a un certo punto nel film: perché il pubblico vuole Videodrome? Ma è semplice: perché è l’unica rappresentazione sincera del proprio “dionisiaco” marciume, diversamente ben nascosto dall’apollineo della vita quotidiana. Il campanello d’allarme di Cronenberg risuona allora cristallino: siamo davvero disposti ad abdicare alla nostra presa materiale sulla vita per crogiolarci in un voyeurismo esistenziale mediato dall’impersonalità della tecnica? Questa, e tante altre, sono le domande che il regista ci pone con il suo body horror. Questa, e tante altre, le questioni che ad oggi rimangono senza risposta.

 

A cura di Elisa Teneggi

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