ULISSE, IL RITORNO (?)

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A cura di Claudia Tanzi

“In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro”

Potrei raccontarvi di una musica che sa di notti infinite su terrazze greche a strapiombo sul mare; potrei parlarvi di una scenografia che ha l’intimità di un giardino estivo deserto a festa finita; potrei anche rievocare la storia europea più recente, dalla guerra in Jugoslavia alla crisi ellenica; oppure potrei parlarvi degli svariati epiteti di Odisseo, tutti inizianti con l’aggettivo πολύ, molto; ma in fondo, a che pro? Sarebbe sempre e solo il mio punto di vista.

Partirei piuttosto da una parola, Heimat.

Partire, e quale verbo più appropriato per raccontare uno spettacolo che ha per tema il ritorno?        Tre naufraghi della vita, tre mine vaganti che si inseguono, si perdono per poi ritrovarsi, si affidano pezzi del reciproco passato ma mai il proprio nome, in un susseguirsi di quadri uniti dal filo della comune ricerca di un senso. Un’unica, netta linea li separa: il confine tra l’essere “quelli che vanno” o “quelli che restano”. Ci si sente rimbalzati, anche da spettatori, da un paese dell’Est Europa a un altro, dagli anni ’60 ad oggi, come zattere in balìa della tempesta: eppure è un sentimento di calma quello che regna sovrano, coperto da una coltre ora di neve ora di nebbia, talvolta percosso dalla pioggia.

Heimat, “il luogo in cui ci si sente a casa propria perché vi si è nati, vi si è trascorsa l’infanzia o vi si parla la lingua degli affetti”, e forse non è un caso che questa parola trovi un corrispettivo solo nelle lingue slave e nel geco πατρίς.

Heimat è Itaca, meta ultima, grembo materno cui il Figliol Prodigo torna nudo e solo. Ma se davvero in Ulisse c’è qualcosa di ognuno di noi, se davvero rappresenta l’archetipo dell’uomo moderno, del viaggiatore, dello straniero, allora Itaca, Heimat, è prima di tutto un ideale. Forse allora casa, il punto di arrivo, non è da cercare tanto in un luogo fisico quanto in una condizione mentale: e se provassimo a guardare oltre, a fare un passo più in là di Ulisse, ci accorgeremmo che l’importante non è tanto tornarci, a casa, quanto trovarla dentro di sé, per imparare a non sentire l’esigenza di conoscere il mondo per differenza. Perché se cerchiamo noi stessi negli altri, è solo nel riscoprirci diversi che infine ci troviamo.

Lo diceva, il vecchio Proust, tra una madeleine e l’altra, che “il vero viaggio di scoperta non consiste nel trovare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Viaggio nel tempo, che sia perduto o meno, con l’occhio della mente: indietro, indietro fin giù, nell’Ade, alla ricerca delle proprie origini; avanti, per tutta la vita, perché fermi, nonostante Circe e nonostante Calipso, non ci possiamo stare. D’altronde, lo dimostra Cosimo Piovasco di Rondò, che per fuggire non serve andare lontano: basta staccarsi appena un po’ da terra (e lo sapeva bene lui, che era il Barone Rampante). Ne è prova il ragazzo della via Gluk, che non sempre il ritorno è come lo avremmo immaginato. Lo testimonia Ryszard Kapuscinski, che una casa la si può portare con sé sempre, basta trovarla in un libro.

Grecia, culla della civiltà occidentale. Grecia, paradigma della modernità: o magari siamo semplicemente noi a non essere cambiati, e il nostro attribuire il fatto di rispecchiarci nei drammi di uomini di oltre 2000 anni fa ad un loro eccezionale merito è solo nascondere che in realtà, nihil sub sole novum. E allora la rinascita dalla perdita di valori e di identità, portata in scena da quelli che ad occhi meno attenti potrebbero sembrare solo dei falliti, dovrebbe partire da ognuno di noi, dal conoscere sé stessi, dal fronteggiare i rispettivi Ciclopi e Lestrigoni per fare pace con sé stessi ed essere così pronti ad accettare quella degli altri: compassione, anche secondo Aristotele, è ciò che alla fin fine il teatro dovrebbe suscitare.

Devo scusarmi, non ho mantenuto la promessa iniziale riguardo il mio punto di vista. Ma voi un viaggio al Teatro Libero entro il 18 maggio fatelo comunque e accogliete una raccomandazione soltanto: partite da casa già naufraghi, spogli di aspettative, pregiudizi, preoccupazioni. Andateci, cercatevi e ritrovatevi in quei personaggi che nel loro essere tremendamente umani cercano di portare in scena almeno una piccola parte di ognuno di noi. Andateci, e chissà che una volta tornati a casa, nel guardarvi allo specchio, non vediate la vostra Heimat.

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