Su come la Rowling, tristemente, non ce la fa

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a cura di Elisabetta Lisa

“È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può farne a meno”.

Questa definizione di “classico”, targata Calvino, potrebbe considerarsi come la più idonea fonte d’ispirazione per parlare dell’ultimo lavoro letterario della Rowling, “Il seggio vacante”. Se con la saga di Harry Potter, divenuta già “classico”, la scrittrice inglese guadagna – a ragione – un posto tra gli scanni della letteratura contemporanea, con il suo ultimo lavoro letterario le cose sono un po’ diverse. Premetto di ritenere ingiusto parlare de “Il seggio vacante” alla luce del successo potteriano: ogni opera pretende di essere analizzata prima di tutto nella propria individualità, pur essendo in questo caso il confronto necessario;eli3 semmai è proprio la maledizione del successo planetario della saga che colpisce e annienta tutto quanto provenga dalla penna della Rowling (è accaduto adesso e accadrà ancora), bollandolo conseguentemente come inclassificabile. Se poi, per giunta, l’uscita dell’opera si fa precedere da una dichiarazione di intenti ben precisa, ovvero quella di un definitivo allontanamento dalla narrativa per ragazzi e un avvicinamento a una letteratura “per adulti” (queste le dichiarazioni della scrittrice precedenti alla pubblicazione del romanzo), quasi a voler rilegare nel dimenticatoio il favoloso mondo di Hogwards, la stroncatura preventiva è assicurata.

Intendiamoci, la Rowling stavolta non convince per nulla, anzi lascia dietro di sé l’olezzo dell’approssimativo letterario che un tempo non la caratterizzava. La vera delusione è la sensazione che anche la regina degli incassi abbia voluto ripiegare sul facile e “vendibile” confezionamento di una storia infarcita di patetiche crisi di mezza età, pietismi adolescenziali, pratiche di autolesionismo e psicodrammi vari molto in voga oggi per accaparrarsi il titolo di moderna e sagace scrutatrice del mondo contemporaneo. A dominare in Harry Potter era la caratterizzazione dei personaggi, approfondita, meditata e soprattutto non immediatamente trasposta, ma fatta emergere di volta in volta dalle azioni dei protagonisti. La vera scrittura cela la propria saggezza. E’ un effluvio che emerge a lettura conclusa, una spiegazione mai fornita che è chiamata a significare qualcosa solo in un secondo momento. L’errore che stavolta commette la Rowling sta proprio nel non lasciar maturare i suoi protagonisti, nel voler dire tutto e subito, nell’abbandonarli in un universo d’azioni prevedibili e scontate. Ci troviamo di fronte a un nuovo esemplare di qualunquismo letterario anelante al trasgressivo che spera di attirare a se sempre nuovi proseliti. Lasciano sorridere, inoltre, gli sforzi di quanti si ostinano a definirlo un libro per adulti, implicitamente etichettando la saga harrypottiana come appartenente alla categoria della narrativa infantile. Ritengo che le cose stiano esattamente agli antipodi.

Quest’opera nelle intenzioni si presenta come una “profonda” denuncia delle storture della nostra società, ormai precipitata in una spirale di vizi e brutture. Purtroppo, però, del disagio contemporaneo, messo in scena così maldestramente, non resta che il sapore di un pessimismo esasperante ed esagerato, direi quasi fuori luogo. Del romanzo salverei invece l’intreccio, che invita a una lettura piacevole, facile e veloce, per chi ama talvolta intrattenersi con opere poco impegnative. Quest’opera quindi non va stroncata, ma semplicemente relegata in un angolo della letteratura prossimo “a dimenticarsi”. Dispiace per l’inizio del romanzo, probabile omaggio a quella letteratura che ama principiare le proprie storie con “pretesti”, divertenti incipit di eli2narrazioni ben più imponenti. In questo caso l’incipit, la morte dell’amatissimo consigliere Barry Fairbrother che lascia improvvisamente un seggio vacante all’interno del consiglio locale scatenando una serie di lotte tra gli aspiranti consiglieri disposti a tutto pur di ottenere una fetta di potere all’interno dell’amministrazione locale, avrebbe poi dovuto dar vita ad un intreccio non solo avvincente, ma anche significativo di una maturità letteraria purtroppo assente.

Una chicca del testo che vale la pena riportare, invece, riguarda la conclusione: è apprezzabile il momento in cui alcuni dei protagonisti sembrano perdersi e ritrovarsi al tramonto in un angolo della città, immersi in un labirinto d’enigmatiche riflessioni, quasi esposti a un momento di catarsi, piccolo barlume d’originalità in un contesto fin troppo prevedibile. Ultima nota negativa, la copertina: abituati a scelte editoriali ben più ricercate, colpisce e lascia sgomenti il tentativo della Salani di catturare l’acquirente attraverso l’utilizzo di colori sgargianti e titolazioni talmente sproporzionate da essere adatte a lettori afflitti da cataratta. Purtroppo, va detto con rincrescimento, alla Rowling stavolta si è decisamente annodata la bacchetta.

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