On stage: Smith & Wesson

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Quando ci si imbatte in una pagina di Baricco, si avverte subito l’insofferenza dello scrittore per il suo destino personale, che ha voluto farlo nascere non a St. Luis o a New Orleans, ma a Torino, in Piemonte. La pacatezza sabauda del Po contro la leggendaria vitalità del Mississippi, i gamberoni di fiume alla griglia da un lato e la bagna càuda dall’altro. Questo non ha impedito però a Baricco di sognare la sua America e di farne lo scenario mitico entro cui ambientare tutti i suoi racconti più riusciti, da Oceano Mare a Castelli di Rabbia, fino al suo penultimo lavoro: Smith & Wesson.

Proprio quest’ultima è stata portata in scena al Teatro Elfo Puccini dal 26 gennaio al 5 febbraio per la regia di Gabriele Vacis, una coproduzione Teatro Stabile del Veneto e Teatro Stabile di Torino, riconfermando quindi il sodalizio tra lo scrittore e il regista torinesi.

On stage: Smith & Wesson

Sullo sfondo delle cascate del Niagara i due outsiders Smith (Natalino Balasso), sedicente meteorologo, e Wesson (Fausto Russo Alesi), pescatore di cadaveri, conducono una vita tranquilla e al riparo da eccessive catastrofi, mangiando zuppa di fave e raccontandosi a vicenda dei propri trascorsi, fino a quando non sopraggiunge Rachel Green (Camilla Nigro), una giovane giornalista alla cerca dello scoop che farà decollare la sua carriera. In assenza di notizie, si propone di essere lei la notizia, diventando la prima persona a gettarsi dalle cascate del Niagara non per suicidarsi, bensì per vivere. Un folle volo che richiede l’esperienza del fiume di Wesson e l’ingegnosità di Smith per riuscire.

In due atti, Vacis e Baricco si propongo di raccontare l’impresa audace di questo trio di emarginati e fuggiaschi che tentano in ogni modo di uscire dalla risacca in cui si sono arenate le loro esistenze, nella speranza di lasciare un segno, di essere ricordati. Un’opera agrodolce, non priva di ironia e umorismo, che ha trovato nelle scenografie e nel disegno luci di Roberto Tarasco un’efficace forza visiva, e che tuttavia sembra mancare a tratti di ritmo, di vitalità. Colpa forse del serrato meccanismo drammaturgico del testo, che non lascia molto spazio alle sbavature che dovrebbero restituire tridimensionalità anche a personaggi così “assurdi”, ma le sacrifica in vista di un maggior coesione del testo. Il risultato sono personaggi efficaci ma un po’ “piatti”, sempre pronti a sfruttare la forza comica dei loro tic e delle loro nevrosi e più in difficoltà quando si tratta di lasciar trasparire l’amarezza e il dolore per una storia non proprio a lieto fine. A questo proposito l’intervento della Signora Higgins (Mariella Fabris) risulta più riuscito, anche se un po’ fuori tempo massimo. Nonostante questo, Smith & Wesson di Vacis funziona, e il pubblico in sala sembra riconoscerglielo, applaudendo ai due vecchi compagni improvvisatisi mariachiche si allontanano sulla via del tramonto portando con sé la loro incredibile, assurda, storia.

A cura della redazione di On Stage

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