On stage: Assassine al Teatro Libero di Milano

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Sottili, quasi invisibili, sono i due fili perfettamente intrecciati in Assassine, sagace black comedy in scena fino al 20 novembre al Teatro Libero: il filo che segna il confine tra finizione e realtà il primo, il filo che segna il confine tra bene e male il secondo. Con l’umorismo necessario per affrontare cinque drammi consumati attorno ad altrettante donne di epoche e luoghi tra loro apparentemente sconnessi, la regia di Manuel Renga dimostra come il male non esista soltanto all’interno di campi delimitati da filo spinato, ma si estenda a tutto il nostro vivere quotidiano, alle nostre decisioni e alle nostre azioni più banali, fino a diventare a tal punto parte di noi da non avvertirne più la pericolosa incombenza.

Delle cinque donne, personaggi e allo stesso tempo interpreti, vengono messe a nudo le debolezze, le passioni, le energie, i tormenti e le frenesie: cinque nitidi ritratti di donne, dipinti su una tela di battute pungenti e intensi a parte, ritraggono cinque assassine vittime della vita. Le protagoniste, osservandosi nello specchio del teatro, sperimentano la complessa banalità del male, il suo presentarsi come accattivante mezzo per un nobile fine, il suo imporsi come necessità.

E proprio perché banale, non è necessario scavare poi tanto a fondo per individuare motivi e cause di quello che chiamiamo male perché non sappiamo definirlo in altro modo: le cinque attrici vagano sul palcoscenico alla ricerca di un punto di riferimento – il loro regista – che le ha lasciate nel mezzo delle prove, infrangendo le ambizioni di alcune e i cuori di altre. L’abbandono e la delusione di queste donne scatenerà una catena di reazioni, incomprensioni e invidie: al buon senso dello spettatore è affidato il compito di resistere alla tentazione di considerarle “normali conseguenze”.

In un brillante esempio di metateatro, le protagoniste riescono a confondersi e confonderci, rompendo tutti gli schemi e le pareti che separano ciò che giusto da ciò che non lo è, realtà e finzione, vita e teatro, superando a pieni voti il confronto – se mai fosse necessario farne uno – con i modelli della tradizione.

A differenza dei sei personaggi pirandelliani, queste cinque donne non sono però in cerca di un autore, di qualcuno che dia loro vita: sono già vive, vivissime, si muovono in modo deciso nel mondo come sul palcoscenico, pur stentando quasi a capire come siano arrivate fino a lì. Non sono in cerca di un autore, quindi, ma sicuramente sono in cerca di un regista, di qualcuno che le aiuti a sciogliere i fili, che dia loro una direzione, un senso, delle certezze; sono in cerca di qualcuno a cui affidarsi, di qualcuno in cui riporre le proprie fiducie, di qualcuno da individuare come modello.

È proprio in questa loro ricerca che si dipana il messaggio del copione: in un mondo sospeso tra realtà e fantasia, al bivio tra bene e male è facile imboccare la strada sbagliata, se non si ha accanto a sé la guida giusta, se ci si è affidati alla persona sbagliata.

A cura di Laura Franco

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