SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA SBORNIA

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A cura di Claudia Tanzi

“Signori si nasce…E io lo nacqui! Modestamente” declamava Totò nell’omonimo film del 1960. Non altrettanto possono affermare i membri della famiglia Grifone, protagonisti dell’esilarante commedia Sogno di una notte di mezza sbornia, composta da un Eduardo De Filippo liberamente ispiratosi a L’agonia di Schizzo di Athos Setti e in scena al Teatro Franco Parenti fino al 6 gennaio.

Ottant’anni di distanza e un passaggio di testimone (la compagnia è quella del figlio, Luca De Filippo), ma ancora Pasquale, Filomena, Arturo e Gina tornano in scena, coi toni tragicomici tipici della tradizione eduardiana, per farci riflettere su quanto la scelta tra ricchezza e rapporti umani viri ancora indiscutibilmente a favore del primo termine.  E non conta che i legami siano di sangue: anzi, è proprio la famiglia che Eduardo De Filippo elegge a cartina di tornasole della società. Il luogo privilegiato, proprio perché connotato da una dimensione intima e privata, ove mettere a nudo la propria natura più vera.

Napoli, anni Trenta, quartieri popolari. Pasquale Grifone riceve in sogno la visita di Dante, che per premiarlo  dell’aver conservato un suo busto gli consegna una quaterna vincente, rivelandogli però al contempo che la sequenza rappresenta il tempo che lo separa dalla morte. Che fare? Accettare la profezia e vivere gli ultimi  mesi da re, o dubitare dell’autorevole parola? Affidare i risparmi faticosamente raccolti e gelosamente custoditi dalla moglie ad un’apparizione, col rischio di gettarli al vento? Si sa, la superstizione a Napoli è tema delicato, e coi morti non si scherza.

Detto fatto: un cambio di scenografia e i 600 milioni di vincita prendono forma in un salotto borghese dal gusto Liberty. In questo ambiente un po’ kitsch che si rivela nelle tappezzerie animalier e nei nuovi abiti dei familiari (che forse, questi sì, meglio si adatterebbero al ruolo di tappezzerie) si manifesta una volta in più, qualora ce ne fosse la necessità, la veridicità del detto iniziale. Già, perché, come è noto, il magico tocco dei soldi rende improvvisamente tutti più belli e intelligenti: e che importa se l’unico a rimanere immune all’incantesimo del dio Denaro è il vincitore stesso, paralizzato dal fiato gelido della Morte che incombe? Carpe diem e goditi il presente! Poi, se proprio dovessi morire, perlomeno procureresti un’occasione buona per un ricco banchetto e un’apparizione in società.

E se l’espediente finale si risolve in un banale problema di sincronia tra orologi, quello che suscita è un riso dal sapore amaro. Un finale aperto tutto da immaginare dunque: d’altronde, vuoi che il Sommo Poeta dica la verità solo a metà?

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