Roberto Minervini e la catarsi del cinema punk-rock

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Roberto Minervini, regista di “Louisiana – The Other Side”, film presentato quest’anno a Cannes, è stato ospite l’altra sera in quel di Forma Meravigli a Milano per presentare quello che fu il suo primo lungometraggio della trilogia texana, ossia “The Passage”, e discutere con i presenti del suo modo di fare cinema. Ovviamente noi di Vox, che siamo come il prezzemolo, eravamo presenti per voi.

Cinema punk-rock suonerà nuovo anche agli orecchi dei cinefili più accaniti. Eppure è proprio così che Minervini definisce il suo modo di fare cinema. Una quasi assenza di regole. Via il copione, via le sceneggiature! Chi ha inventato la figura dell’aiuto regista?!

Per Roberto l’unica cosa essenziale è una videocamera che, quasi imbizzarrita, cerchi di riprendere il più possibile di ciò che le sta attorno. Curiosa, assetata. Non si può selezionare a priori, altrimenti si finisce per assumere un certo atteggiamento nei confronti dei personaggi, limitandoli nella loro interezza, che invece è quella che si mira a rappresentare.

Nel caso di The Passage è un avvenimento autobiografico (la malattia della suocera) che dà l’ispirazione al regista per iniziare questo primo capitolo texano. Tre personaggi che si trovano in un momento significativo della loro vita, incontratisi quasi per caso, iniziano insieme un cammino attraverso un Texas rovente d’estate, alla ricerca di risposte (forse) o semplicemente perché, come suggerisce il titolo, si trovano in un momento di passaggio per la loro vita. Ana, malata di cancro e prossima a morire; Jack, appena uscito di prigione e senza una lira; Harold, che cerca nell’arte un modo per riversare un dolore amoroso. Personaggi attorno a cui gravitano tanti piccoli satelliti di herself e himself, comparse interpretanti né più né meno che loro stesse. Sono proprio questi volti non filtrati da un copione a dare spesso a Minervini l’idea per il successivo lungometraggio, lasciandosi avvicinare piano piano come un animale selvatico e creando una comunione di personaggi che rende i vari film interconnessi.

Questo perché per Roberto la storia parte dalla persona. Quando gli chiedo se ci sia una visione di America o un lato dell’umano che vuole rappresentare mi risponde di no. Non ci deve essere niente a priori, niente che schermi in un qualche modo l’occhio sul mondo che il suo personaggio gli vuole mostrare. È appunto la persona che ci guida nella sua vita e per una volta il regista, invece di dirigere, si abbandona.

Un abbandono che non è solo quello dello sguardo, pronto ad accogliere tutto, ma soprattutto un abbandono totale alla paura. Ricercare i propri limiti, riconoscerli e lasciarsi infine andare dolcemente. Minervini ci racconta di come la paura sia stata per lui una scoperta fondamentale, il motore, la carica necessaria. Non sentirsi in grado di portare a termine un film, riconoscersi piccolo di fronte al tutto (tanto da assentarsi dal set), sono stati in parte aspetti fondamentali per portarlo ad una sorta di deriva situazionista che gli ha permesso di creare quel cinema del reale per cui è noto oggi.

A cura di Martina Zerpelloni

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