Preoccupations @ Circolo Magnolia (Milano)

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La curiosità è quell’energia che fa capo al desiderio che ci spinge a metterci in movimento verso ciò che è sconosciuto. Tuttavia, a differenza dell’avventatezza, la curiosità non è un salto nel buio, ma è guidata da un senso di apertura positiva, di fiducia. Quando siamo curiosi sentiamo che c’è del buono nell’oggetto di cui siamo attratti. Più o meno è questo lo stato d’animo che mi muove ad andare sentire i Preoccupations in un nebbioso mercoledì sera di fine novembre al circolo Magnolia.

I Preoccupations sono una band canadese nata dalle ceneri dei Women nel 2012, quando al frontman e bassista Matt Flegel e al batterista Mike Wallace si uniscono i polistrumentisti Scott Munro e Danny Christiansen. Devono la loro fama all’album Viet Cong, nome della band fino al 2016 quando, in seguito a roventi polemiche e concerti annullati negli Stati Uniti per quel nome così provocatorio, hanno deciso di optare per un più ironico Preoccupations. Una band che possiamo definire a cavallo tra post-punk e art rock, con tinte psichedeliche, dark, industrial. A primo impatto uno dei tanti gruppi che continuano a riproporre in maniera a tratti nostalgica le atmosfere sdogate dagli epigoni del punk di fine anni Settanta. Apparentemente. Eppure dai primi ascolti di Viet Cong e dell’album Preoccupations, uscito nel 2016, ho avvertito che c’è del buono in questi ragazzi di Calgary. Non a caso la critica ha sempre espresso giudizi molto positivi. Sono attratto. Vado, non vado a sentirli? Vado.

La serata del Magnolia si apre con i Joyfultalk, duo canadese che fa pura elettronica. Lì per lì non riesco a cogliere il nesso coi Preoccupations, se non dopo essermi concentrato in ascolto per un attimo: le atmosfere stranianti sono le stesse, cambiano solo i mezzi per ottenerle. La musica degli fka Viet Cong è una musica che mi piace ascoltare in cuffia, meglio ancora nell’intimità notturna. Qualcosa di graffiante in pieno stile darkwave da sentire ad occhi chiusi. Bene, il live è un’altra storia. Basta la prima bordata di grancassa per capire che si preannuncia una perfomance un pelo carica; di fatto il palco del Magnolia è occupato quasi in toto da amplificatori impilati. Il livello del suonato sarà alto. Si attacca subito con Anxiety, singolo estratto dall’ultimo album, nel quale la batteria sovrasta letteralmente il cantato di Flegel urlato e al contempo basso e greve, distorto, in stile shoegaze. Fin da subito non ci sono saluti, non ci sono titoli lanciati dal palco. Il loro show è una maratona unica senza stacchi né pause; se si vuole rallentare, si propone un pezzo un po’ meno indiavolato. Già dalla presenza scenica si capisce in che direzione andrà il live: Mike Wallace, il batterista, si presenta a torso nudo e pantaloncino sportivo, come se volesse togliersi di dosso tutto ciò che possa impedirgli di sfogare l’estro musicale. Fumo, tanto fumo, a richiamare atmosfere gravi; luci quasi assenti, ombre pesanti. E poi la loro musica che squarcia le tenebre accompagnando l’ascoltatore e guidandolo alla ribellione. Tra canzoni nuove e pezzi già suonati, come Continental Shelf, si arriva a Memory, eco dei primi Interpol, per poi proseguire nella seconda parte con pezzoni che li hanno resi celebri come Silhouttes e Death, una lunga cavalcata di oltre dieci minuti dove il basso suadente di Flegel si dipana tra le chitarre dei polistrumentisti, ai lati del palco, tra effetti a pedale, synth, tastiere. Lo show è un vero crescendo in pieno spirito punk per arrivare al finale dove, in trance musicale, batterie e strumenti vengono ribaltati per lasciare sul palco un caos perfetto.

I Preoccupations mi lasciano frastornato, sorpreso di fronte a tanta energia dovuta in primis ad una sezione ritmica che si conferma asse portante. Non me li aspettavo così dannatamente punk e industrial, ero preparato per qualcosa di diverso, più in linea coi giudizi della critica che li associa alla new wave e all’art rock. Invece la mia mente corre subito ai Sisters of Mercy o ai Killing Joke. Qualche sbavatura a livello di suono, non dovuta ai ragazzi sul palco, e forse una voce troppo schiacciata, non intaccano il mio giudizio su questo concerto.

Era da tanto che non avvertito così tanta potenza, a partire dal ritmo impressionante dato dallo spericolato batterista. I temi trattati dai Preoccupations riguardano i vissuti personali seguenti alle polemiche per il nome Viet Cong, così come la vita in tour o in studio. Monotonia, ansie, febbri, degradazioni, preoccupazioni: la grande enfasi del live è una vera e propria reazione rabbiosa a tutto questo, una reazione liberatoria. Come dice il ritornello di Memory: “you don’t have to say sorry for all the things you failed to do”. Fidiamoci sempre della nostra curiosità e certamente faremo ottimi incontri; mal che vada sbaglieremo, ma ne sarà valsa ugualmente la pena. Coi Preoccupations la curiosità è stata ampiamente ripagata.

A cura di Alessandro Melioli

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