PIU’ DEI SANTI MENO DEI MORTI

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A cura di Claudia Tanzi

Questo viaggio parte dalla stazione di Termini. Ma si sta ancora aspettando che termini. In tanti, troppi termini se ne è parlato, tanto che lo spettacolo inizia nel silenzio. Salvo poi lasciare il posto al fluire delle parole, che divengono unica scenografia su di uno spoglio palco nero.

La notte tra l’1 e il 2 novembre 1975, Pasolini andò incontro ai suoi aguzzini. Più dei santi, per chi ne ha voluto fare un martire della propria fede (comunisti, omosessuali, intellettuali); meno dei morti, per chi gliha negato anche il diritto ad una degna memoria, infangandola per sempre all’idroscalo di Ostia. Meno di un’inchiesta, perché insinua senza affermare, la sceneggiatura di Alessandro Veronese prende la forma di un canto corale di cui l’omicidio di Pasolini non è che la nota iniziale. Un canto che si fa il grido di una generazione che non accetta la realtà avuta in eredità dai propri genitori, che non teme, tra quelle baracche e in quel fango, di sporcarsi le mani. Perché se anche da quel letame “non nascono i fior”, forse potrà invece emergere la giustizia.

Pino Pelosi, P2, Poeta, Pedofilo, Paura, Pizze, Petrolio. Le tante P di Pier Paolo Pasolini si dipanano come un fil rouge attraverso il labirinto che è la storia italiana del secondo dopoguerra, dall’attentato ad Enrico Mattei alla scomparsa di Mauro de Mauro, dove le troppe menzogne si susseguono fino a far perdere l’interesse persino nella verità. Tanto, “quelle cose non mi riguardano, io non faccio politica, a me non può capitare”: fino a quando una bomba non esplode alla stazione di Bologna, o a Piazza della Loggia.

La compagnia Fenice dei Rifiuti torna al Teatro Libero con uno spettacolo che vince la sfida dell’affrontare una tema oramai abusato senza scadere nel melodrammatico. Attenendosi ai toni del linguaggio giornalistico, tra sequenze che richiamano Blu Notte ed altre degne del miglior Pomeriggio 5, mischia ilarità grottesca a crudo realismo, teatro d’inchiesta a canto e danza. Permane, sottesa all’intero svolgersi della rappresentazione, la frustrazione di chi non ci sta, di chi ha scelto di non credere che questa sia stata soltanto “una sporca storia di froci”.

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