Per strada al Franco Parenti

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“Life, Liberty and the pursuit of Happiness”, così recita la Dichiarazione di Indipendenza americana del 4 luglio 1776. Diritti inalienabili dunque, tra cui la Felicità. Ma che cosa si intende di preciso con questo termine? E con la sua antagonista, signorina Tristezza? Sembra essere questo l’interrogativo, il fulcro dello spettacolo Per strada, per la regia di Raphael Tobia Vegel, in programmazione fino al 6 novembre al Teatro Franco Parenti di Milano.

Il sipario apre le porte su una distesa di neve, sono le undici di mattina e due uomini stanno per essere colpiti nel bosco da un’imminente bufera. L’unica soluzione possibile appare continuare a camminare, così i due, scarponi piantati nella neve, procedono. Prende avvio un dialogo, nel quale curiosamente non vengono detti neanche i nomi ma, semplicemente osservandosi nei modi di vestire, di pettinare, di camminare, i due pensano già di essersi capiti. E così paiono delinearsi i due profili, quello dell’alto, affascinante e benestante Jack e quello -ironicamente agli antipodi- del cinico, di brutto aspetto e povero Paul. Di primo acchito non pare instaurarsi simpatia, anzi, sarà proprio da questi pochi tratti -bellezza e posizione sociale- che scaturiranno le controversie, per via dei pregiudizi iniziali.

Da domande generali e disinteressatamente superficiali i due credono di aver inquadrato senza ombra di errore l’altro, che certamente è riconosciuto come meno intelligente (“l’intelligenza è come una quinta di reggiseno, si vede subito!”), e cosa può saperne questo altro della Felicità, della Tristezza o infine della Noia? S’accende un diverbio, per cui Jack abbandona la scena. Paul, rimasto solo, prende una curiosa valigetta di pronta emergenza ed estrae libri di Hemingway, Levi e Majakovskij e poi, per concludere, una pistola. Ultima consegna: premere il tasto blu e poi così, puntandola alla tempia, in questo modo semplicissimo e bellissimo si potrà dire addio al mondo. Premuto il tasto, echeggia la voce di Paul McCartney, “Heeey Jude” risuona nel silenzio immoto e siderale della foresta. La neve continua a cadere, ma il freddo vero è quello della pistola premuta contro la tempia. “Solo i migliori se ne vanno così” conclude la valigetta, ora non resta che finirla davvero. Neanche il tempo di pensare e rientra Jack in cerca della sua preziosa sciarpa. Il climax già alto esplode, e, causa sorpresa, sgomento e terrore di entrambi, parte un colpo di pistola e Jack sviene.

Da qui gli sfondi cambiano e si susseguono magistralmente ingegnati nei colori e messi in risalto da un pannello trasparente interposto tra questi e i protagonisti. Si arriva in città, dove si scopre che l’ apparentemente disinvolto Jack deve sposare una donna di cui non è innamorato, al che Paul rivela di non vivere nemmeno lui una felice storia d’amore, anzi. Da ciò emerge a valanga tutta una serie di disagi che culmina con la consapevolezza, nel mancato ma intenzionato suicida, che la morte sia la sola e unica a vera uscita. Perché? “Semplice, perché è l’unico momento davvero nostro. Perché da quando nasciamo non siamo mai né ci sentiamo davvero noi i protagonisti e nessuno ci riconosce come tali, se non nel giorno in cui, in un cimitero cupo e spettrale, gli Unici, cioè coloro selettivamente scelti che potranno parlare di noi, lo faranno sinceramente, e allora, solo allora, saremo al centro dell’attenzione. “Certo, peccato solo che, paradossalmente, nel mio unico vero momento, io non ci sarò”, ragiona il povero Paul.

Ma come può essere considerata Morte l’apice della vita? Vita non è forse essere boyscout e imparare in piccolo le cose del mondo, o incontrare Roberto Baggio e dirgli quanto abbia segnato la propria vita con quel rigore mancato, o avere un peluche di nome Rocco che si crede un cane vero o diamine, lo è forse una confessione alla donna amata la sera prima di sposarne un’altra, ed è vero che chi non è felice con poco non lo è con niente? E, lacanianamente pensando, è possibile essere felici in quanto singoli oppure no perché esistiamo solo come esseri in relazione, ognuno con tante identità e maschere generate dai rapporti sociali? Ed è vero che siamo realmente noi stessi e padroni del nostro vero essere solo alla fine dell’ultimo viaggio, in compagnia della morte? Il vocabolario definisce la Felicità come compiuta esperienza di ogni appagamento, che aspira alla generatività e a dare frutti fecondi, ma è curioso che la seconda spiegazione della parola chiami in causa anche termini quali opportunità, convenienza, perciò “the pursuit of happiness” in cosa consiste di preciso? Quesiti che vagano impazziti tra i pensieri di Jack, che ricorda inevitabilmente un bello e perso Dorian Gray, in piedi davanti a uno specchio, in procinto di indossare gli abiti del matrimonio ma al contempo denudante la sua anima fragile, di consapevole incompletezza, manifesta imperfezione di sé. È forse lui un uomo non in grado di cercare la propria felicità ma che, già piccolo di per sé, si riduce a esserlo ancora di più schiavizzandosi alle regole ipocrite e superficiali della società (“non sono sempre stato come loro ma ho paura do diventarlo”)?

Ultimo atto, banchetto nuziale, finale col botto. Esplode il disprezzo riassumibile in una parola: sposato. Diamine, togliendo una singola consonante, S, rimane un termine -posato- che richiama libertà, tranquillità di essere genuinamente se stessi, e non un’ombra addobbata a festa obbligata a fingersi sempre felice e perennemente qualcun altro. Non resta quindi che andare, perché come recitava Jack Kerouac in On the road, “dobbiamo andare, la strada è la vita”, il cammino è ancora lungo, per chi resta e per chi, invece, sceglie di essere protagonista dicendo addio. E sia Paul che Jack dicono addio a qualcosa, a un pensiero, alla vita fino a quel momento, perché entrambi, anche solo per un attimo, sono entrati in contatto con il loro vero Essere, e questa spinta che conta davvero più di tutto, li ha messi in marcia ognuno sulla propria strada, anche se le destinazioni sono diverse.

Ciò che conta davvero, quindi, anche a costo di soffrire, perché chiaramente il rischio è maggiore, è la ricerca della stimolazione, mentale e fisica, per sentirsi vivi. Il che vuol dire sovvertire un po’ le regole, essere più o meno pazzi, reinventarsi ogni giorno, e piuttosto godere dei frutti di questa pazzia ogni tanto piuttosto che vivere una costante e apparente felicità monotona che lentamente si addormenta da sola. E a volte, chissà, il piacere può nascondersi davvero nella morte, estremo atto di manifestazione di vita, e allora sembra di udire le parole di Cesare Pavese, suicida nel 1952: “Ci vuole umiltà non orgoglio. Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”.
Così le luci si spengono, e alla fine dello spettacolo sembra di sentire in lontananza tra i fiocchi John Lennon che sussurra: “Hey Jude, don’t make it bad, take a sad song and make it better…”

A cura di Isabella Garanzini

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