OTELLO (O IAGO?)

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A cura di Claudia Tanzi

Immaginate: è il vostro compleanno ma, sulla torta con su scritto il vostro nome, dopo avervele accese con finta carineria, a soffiare le candeline è qualcun’altro. È più o meno così che si deve sentire Otello nell’ ormai storica riscrittura della grande tragedia shakespeariana operata da ​ Corrado d’Elia​ , in scena al ​ Teatro Litta dal 3 al 15 novembre 2015

Dal canto suo però è Otello stesso che, come da copione, fa vestire con discreta facilità a Iago, sopra ai consueti panni di antagonista, quelli di burattinaio, sulla scorta di quella che sembra una tendenza verso un revival di simpatia per i tradizionali “cattivissimi”. Se infatti tutto può essere, ma anche il suo opposto, e quando il marito devoto diviene carnefice della sua stessa moglie, se, insomma, bene e male portano all’ estremo il concetto di relatività, è solo la superiorità intellettuale a fare la differenza, in una sorta di gioco primitivo in cui chi prevarica trionfa. Una distanza di pensiero, quella di Iago, rimarcata qui anche dall’impiego di un diverso registro linguistico, più schietto e moderno rispetto agli altri personaggi.

Ma se pure attraverso il sapiente intreccio dei fili delle marionette Iago riesce ad ordire la sua trama, padrone dei destini altrui, in ultima istanza, lo è solo in quanto da essi dipende il suo. Tanto che lo spettacolo termina nel momento in cui i piani da lui programmati trovano effettivo compimento, sorvolando sul restante atto costituito dalle conseguenze che ne scaturiscono trascinando nel vortice degli accadimenti e nell’ ineluttabilità del Fato Iago stesso, che al Fato aveva tentato di sostituirsi. Ed è forse questa precisa scelta che rende tanto più tragica l’intera opera: non vi è riscatto per i giusti né consolazione alcuna, nemmeno nella morte del proprio nemico.

Ad un vortice, poi, assomiglia la rappresentazione stessa, nella circolarità della costruzione  che vede la scena aprirsi e chiudersi su di uno Iago che afferma serafico: “io non sono  quello che sono”. Come l’acqua, vero elemento unificatore dell’azione e personaggio sempre in scena: non smascheratrice di inganni, tuttavia, ma nera e gelida nel suo ruolo di complice, fino a farsi vero e proprio braccio armato nella morte di Desdemona.

Ma se un’atmosfera gotica aleggia come una foschia infestante sopra il palcoscenico,  questa è una tragedia dark che parla la lingua dei colori: Desdemona è la vittima sacrificale designata anche in virtù del candore della veste che ne grida l’assenza di colpa, mentre il  rosso del fazzoletto che passa di mano in mano sulla scena, arma ultima del delitto, è pari alla scia di sangue che esso lascia dietro di sè.

La mano di d’Elia alla regia è smascherata chiaramente dal suo tipico impiego di luci e suoni: uniti ora a cristallizzare fotogrammi fugaci, ora a veicolare il passaggio da una scena all’ altra, si fondono alle parole e ai gesti in un​ unicum che trascende il confine invalicabile tra sogno e realtà, trasmettendo il crescendo di tensione drammatica mano a mano che gli eventi, di contro, precipitano.   Non “moderna” dunque, ma “atemporale” è l’aggettivo che qualifica il merito di questa riscrittura, che è forse il merito dell’autore stesso: l’aver portato sulla scena ciò che meno cambia al trascorrere del tempo, l’umanità.

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