Imbozzolata in una pila di coperte e febbricitante. Ecco la prima volta che ho visto Killer Joe. Il giorno dopo non sarei andata a scuola, ma la febbre che saliva non mi invitava a fermarmi sullo scomodo divano di casa. Così, quando i miei erano andati a letto senza spegnere la tv e senza cambiare canale, meditavo su come raggiungere la mia camera senza uscire dal mio caldo guscio, dopo aver preso l’ennesima aspirina. Poi è iniziato il film in seconda serata. È bastata un’occhiata per capire che mi sarei abbandonata al tanto agognato sonno ristoratore solo qualche ora più tardi.

Le premesse per un’opera potenzialmente interessante sono racchiuse già nei nomi delle due menti genitrici di Killer Joe, ossia lo sceneggiatore premio Pulitzer Tracy Letts e l’iconico regista William Friedkin (l’uomo dietro a L’esorcista, per intenderci). E non veniamo delusi.

Assistiamo infatti a un preludio che gioca con gli stilemi del noir, (non) genere per eccellenza che ha segnato la brusca fine, cinematograficamente parlando, della spensieratezza americana. Si spazia dai grandi classici (Double Indemnity) alle rivisitazioni (Fargo); rimangono le ambientazioni notturne, i personaggi ambigui, l’ironia, le perversioni declinati però in modo grottesco e parodico: dalle grandi metropoli passiamo ai sobborghi di Dallas, da eleganti femme fatale a sciatte matrigne.

Attraverso un disfunzionale microcosmo familiare e le sue dinamiche, Friedkin descrive una periferia degradata e meschina e i suoi abitanti rozzi e avidi: Chris è un piccolo spacciatore indebitato che spesso viene alle mani con la madre Adele, Ansel, suo padre, è un meccanico bifolco, Sharla è una donna volgare approfittatrice e sono tutti disposti a far uccidere Adele per soldi e a vendere come caparra la sorella di Chris, Dottie, all’uomo assoldato per l’operazione, Joe Cooper. La prima sezione del film è atta a mostrare lo squallore tanto esterno quanto interiore di questi personaggi, che si muovono tra Night Club, erba scadente e roulotte fatiscenti inesorabilmente verso la distruzione, tanto marci dentro da avere anche il cane dei vicini che abbaia furiosamente loro addosso, come a fiutare la loro meschinità. Per dovere di cronaca nemmeno la vittima Adele è un personaggio per cui versare lacrime: ha cercato di uccidere la figlia poco più che neonata e ha rubato la droga del figlio, mettendolo in pericolo mortale; così da un certo punto di vista nemmeno Dottie è innocente come parrebbe, poiché dà l’avallo a uccidere sua madre, dopo aver origliato la conversazione del padre e del fratello, sa che la telefonata è per Joe e quale è il suo compito, scopre la tresca della matrigna etc.

Ciò che veramente interessa a Friedkin, come lui stesso ha sottolineato in diverse interviste, è il secondo risvolto dell’operazione. Dottie è una ragazza particolare, patologicamente ingenua, priva di esperienze in fatto di relazioni e a contatto solo con i suoi familiari. Ed è proprio Dottie il subdolo pretesto con cui Ansel e Chris decidono di portare avanti il piano in entrambe le sue parti: meglio per la giovane avere i soldi dell’indennità da usare per studiare piuttosto che l’influenza di una madre menefreghista e dedita all’alcol, meglio sfruttare il desiderio di Joe piuttosto che farla stare sola. E allora ecco servita una moderna favola di Cenerentola, con una principessa che vive nel suo mondo fatto di poster con idoli da teenager in camera e una innocenza fuori tempo massimo e che viene data in pasto a un principe azzurro difettoso, introdottoci per i dettagli iconici del suo abbigliamento: guanti e cappotto di pelle nera, cappello e stivali da cowboy, pistola e distintivo da poliziotto. Già di per sé Killer Joe ha una caratura diversa dalla mediocrità che lo circonda: il cane non gli abbaia contro, è sicuro, preciso (è sempre in anticipo al contrario di Chris e non è solo una trovata drammaturgica per far avere un colloquio tra Dottie e Cooper), è autorevole, implacabile. Le lunghe sequenze in cui i due sono soli certifica quale sia il fulcro della vicenda.

La condizione di donna mette in partenza in una posizione subalterna rispetto agli uomini della famiglia, fuori sfigati e perdenti che si rifanno sulle figure femminili: Adele viene fatta uccidere dal figlio e dall’ex marito su idea del compagno Rex; Sharla viene umiliata da Joe con una non casuale imitazione di una fellatio come punizione per aver tradito il marito con Rex nel tentativo di ottenere dei soldi, Dottie è venduta come merce di scambio.

Dottie è chiave di volta per diversi motivi. In primis perché è l’unica persona a cui Chris vuole effettivamente bene, pur con notevoli limiti (si veda la scena del vestito), e per cui decide di assumersi parzialmente le proprie responsabilità tentando di bloccare l’affare con Joe prima che sia troppo tardi. Ma è anche il costante senso di colpa su cui misura la propria miseria umana, iniziata con un lavoro disonesto e continuata con decisioni terribili e meschine per salvarsi dagli uomini che gli danno la caccia (in tal senso possiamo leggere in maniera metaforica la scena in cui Chris spia la serata tra la sorella e il killer a cui l’ha venduta: nel momento in cui Dottie si concede a Joe le luci della casa si spengono). Ciò sta alla base del confronto impari con Joe, prima con intimidazioni a parole, poi con minacce, e della scelta di tornare a casa per impedire che principessa e principe convolino a nozze. In secundis perché lei è il deus ex machina che riequilibra la situazione: nel terrificante climax finale, infatti, Dottie, esasperata dalle continue violenze e vessazioni che i vari membri della famiglia perpetrano gli uni sugli altri, decide di armarsi e sparare. L’esito della sua mattanza non viene rivelato fino in fondo grazie a un finale aperto piuttosto ambiguo, ma la scelta drammaturgica di affidare la risoluzione del conflitto alla ragazza succube di tutti ha un sapore di piccola furia cieca e vendicativa, percepita come giusta.

La materia drammaturgica violenta, grottesca e umoristica viene esaltata e contenuta allo stesso tempo da una regia d’esperienza, solida e calibrata, capace di regalare scene diventate iconiche poco tempo dopo l’uscita del film. Menzione d’onore alla prova d’attori nel complesso: accanto al vulcanico McConaughey, scelto anche perché texano, i comprimari Hirsch, Church e Gershon non sfigurano.

 

A cura di Emma Rossi

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