@BackStage: Intervista a Liv Ferracchiati – Peter Pan, transgender e coraggio di affermare la propria identità

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In una mattina di fine febbraio ho incontrato Liv Ferracchiati, regista teatrale della compagnia The Baby Walk, che i lettori di Vox conoscono già per Ti Auguro Un Fidanzato Come Nanni Moretti. Tra le poste di viale Sabotino e un bar nelle prossimità, ci siamo intrattenuti per poco meno di un’ora ed ho così avuto la possibilità di rivolgere alcune domande ad una delle menti che hanno dato vita a Peter Pan Guarda Sotto Le Gonne, in scena al Teatro Elfo Puccini dal 14 al 19 Marzo.

Ciao Liv, grazie di essere qui oggi. Per prima cosa ti chiederei di presentare ai lettori di Vox Peter Pan guarda sotto le gonne, primo capitolo della tua trilogia sull’identità. 

Il Peter Pan affronta la pre-adolescenza di un ragazzino che nasce in un corpo di femmina e si trova a vivere un’incongruenza tra quello che si sente di essere e quello che gli altri vedono. Lo spettatore si trova di fronte una bambina, intuendo però di aver a che fare con un individuo di genere maschile. È il racconto della dicotomia tra corpo e mente nel momento in cui la persona è meno contaminata dalla società.

Peter Pan percepisce in modo netto il suo essere diverso oppure lo vive in modo naturale?

La cosa più interessante e, insieme, tragica di questa storia è che un bambino non ha i termini per raccontare la sua situazione. È condizionato dai genitori che cercano di reprimerlo ed ha difficoltà a farsi comprendere. Altrettanto complicato è il primo innamoramento che avviene al parco, dove incontra Wendy. Il conflitto vissuto da Peter Pan è proprio l’incapacità di dare un nome al suo sentirsi in un corpo che non lo rispecchia, ossia in un corpo di femmina.

Cosa si intende per “disforia di genere”? Qual è la differenza tra transessualità e transgenderismo?

Il transgenderismo è semplicemente l’essere nati in un corpo che non è congruente con la nostra identità di genere, quindi, per fare un esempio, ci può capitare di avere a che fare con un uomo (mi riferisco all’identità di genere) che è in un corpo di femmina (mi riferisco all’anatomia).
La transessualità è più o meno la stessa cosa, ma per transessuale intendiamo solitamente una persona che abbia compiuto un percorso di modifica del proprio aspetto fisico, sia con ormoni che con operazioni (quali ad esempio, sempre parlando del transgenderismo maschile,  la rimozione del seno e l’assunzione del testosterone per la mascolinizzazione del corpo).
La disforia di genere è quando l’essere persone transgender crea un disagio così forte da incidere profondamente sulla vita di una persona in ambito emotivo, relazionale, lavorativo etc.
Il termine “disforia” di per sé fa riferimento all’ansia, ad esempio causata dalla non accettazione o dal proprio corpo sentito come inadeguato. Si tratta quindi di un disturbo dell’umore, come attualmente viene classificato.
La vera notizia però, almeno a mio avviso, è che l’essere transgender, seppure causi quasi sempre un rapporto molto conflittuale con la propria anatomia, può anche non creare disagi talmente grandi da impedire ad una persona di vivere una vita sana e “lineare”. Per questo si fa riferimento al concetto di “varianza di genere”, ossia alla possibilità che in natura esistano persone che nascono in un corpo femminile e con identità di genere maschile e viceversa. Sarebbe a dire: in natura capita anche questo e deve cominciare a non essere un problema. Non si deve aver paura della complessità della Natura.
Anche perché questa complessità riguarda i transgender come i non transgender.

Nel protagonista del tuo spettacolo emerge già in tenera età la sensazione di essere in un corpo sentito come “sbagliato”, incongruente con la percezione che si ha di se stessi.
Può capitare, invece, che si prenda coscienza della propria identità di genere difforme dalla cosiddetta norma statistica da adulti? 

Se fai riferimento al meccanismo di rimozione che le persone attuano per non affrontare il dolore che comporta l’accettazione di quello che si è, il transgenderismo può essere metabolizzato anche a 70 anni. Nel senso che alcuni fanno fatica ad ammettere a se stessi quello che sono ed è una vera tragedia per chi lo vive, bisogna avere coraggio, insomma.
Peter Pan guarda sotto le gonne invece parla dell’infanzia e della pre-adolescenza della persona transgender: il bambino, anche se non sa dare un nome a ciò che prova, può esprimere l’urgenza di essere riconosciuto come un individuo del genere opposto a quello che biologicamente gli appartiene dalla nascita. In questi casi sarebbe necessario un accompagnamento da parte dei genitori alla formazione della propria identità.
Purtroppo in alcuni casi la famiglia non ha gli strumenti per capire cosa succede al proprio figlio, né per aiutarlo concretamente, così capita che, più o meno volontariamente, la famiglia insinui nel bambino un forte senso di vergogna. In Peter Pan guarda sotto le gonne raccontiamo proprio questo.

Confrontandoti con gli spettatori, qual è l’impressione che hai avuto sul grado di conoscenza e comprensione del transgenderismo da parte dell’uomo comune? Esiste ancora uno stigma molto forte e radicato?

In Italia pochissime persone conoscono l’argomento. La persona comune non solo non conosce le tematiche legate al transgenderismo, ma non dispone neanche di concetti quali identità di genere e orientamento sessuale, spesso pensa che le due cose siano interconnesse, ma non è così. In realtà è perfettamente normale che in pochi siano informati, nel nostro paese manca un programma a livello nazionale di educazione. Nelle scuole si è cominciato ad affrontare queste tematiche, sebbene tali iniziative siano molto contestate. Peraltro senza motivo: non c’è una ragione per cui i genitori debbano osteggiare chi insegna a dei bambini una nozione che riguarda tutti come quella di identità di genere. Dotare le persone di una maggior consapevolezza in questo ambito le rende liberi, e la libertà spesso fa paura.

Qual è la reazione dei direttori artistici dei teatri ai quali proponete la Trilogia? Vi è mai capitato di ricevere risposte negative dettate dal timore di possibili comportamenti polemici o indignati degli spettatori?

Non abbiamo mai ricevuto dei no espliciti. Solitamente quando non c’è la volontà di inserire in cartellone uno spettacolo, la direzione artistica si limita a non rispondere. Quello che mi ha stupito è il gran numero di persone che hanno partecipato agli incontri informativi sul transgenderismo che abbiamo tenuto a Todi nei giorni in cui andava in scena il Peter Pan. C’è molto interesse per questo argomento: le persone hanno desiderio e bisogno di conoscere. I teatri forse hanno paura di programmare, ma c’è bisogno del loro coraggio per ricordare a cosa serve il Teatro nella comunità. Alcuni cominciano ad averlo.

Per concludere ti chiederei di parlare ai lettori di Vox dei prossimi lavori la compagnia The Baby Walk.

Siamo davvero molto impegnati in questo periodo. Il 10 saremo a Todi dove andrà in scena Todi is a small town in the centre of Italy e siamo molto curiosi della reazione dei Tuderti alla riproposizione teatrale di spaccati di vita quotidiana della città. Stiamo preparando la semifinale di Scenario con il terzo capitolo della Trilogia, Un Eschimese in Amazonia, ed è in corso l’allestimento dello Stabat Mater, opera che tratta le difficoltà di un trentenne transgender nelle relazioni con gli altri e soprattutto con la madre.

A cura di Carlo Michele Caccamo

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