INCENDI: MEMORIA DELLE RADICI

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A cura di Federico Lucchesi

“Da bambino avevo acquisito un’estrema conoscenza delle armi da fuoco. Sapevo smontare, lucidare, pulire, rimontare e calibrare un kalashnikov. Durante la guerra civile libanese aspettavo con gli amici i miliziani di passaggio per occuparmi delle loro armi e per guadagnarmi qualche soldo; quando mi addormentavo, sognavo il giorno ancora lontano in cui avrei avuto un kalashnikov tutto mio e avrei fatto parte di una valorosa milizia che, dopo numerosi massacri, di cui sarei stato il geniale architetto, mi avrebbe fatto padrone del mio destino. Ma i miei genitori si sono trasferiti in Francia per aspettare la fine di questa guerra che non è mai terminata. Allora, per l’impazienza, ho teso la mano e ho afferrato il primo oggetto che poteva, anche di poco, assomigliare a un kalashnikov, ed era una penna pilote fine V5. Le parole diventavano cartucce; le frasi caricatori; gli attori mitragliatrici; e il teatro giardino”.

Wajdi Mouwawad scrive questa confessione in un modesto monolocale, poco distante dalla Scuola nazionale di teatro canadese. È a Montreal, nella terra degli aceri, ormai lontano dalla guerra e lontano da quei genitori che gli hanno consentito di passare da un fucile d’assalto all’assalto di una penna, con una leggerezza che anche solo qualche anno più tardi sarebbe stata impensabile. Sono righe in cui si può già intuire la storia dell’uomo e del regista di Incendi, pièce in cui decide di affrontare le proprie origini mediorientali, lasciandole affiorare prepotentemente.

Io, invece, non mi trovo né in Medioriente né in Canada; sono al Teatro Grassi, seduto comodamente tra poltrone troppo vuote, e fisso una scenografia scarna senza sapere esattamente a cosa sto andando incontro. A dirigere ci pensa Guido De Monicelli, regista che al Piccolo è di casa sin dai giovanissimi esordi come attore. Qualche giorno prima era presente a raccontare il testo di Mouawad come un’opera piena di tenerezza e umorismo, un’odissea al femminile, un canto che dichiara un fortissimo amore per la vita.

Ma aveva tralasciato volutamente qualcosa. Incendi è la vicenda di Nawal, donna libanese che, in punto di morte, affida al notaio Lebel due lettere per i suoi figli gemelli, Jeanne e Simon: una da consegnare al padre che non hanno mai conosciuto, l’altra a un fratello di cui ignoravano l’esistenza. È l’inizio di un viaggio a ritroso che porterà i due giovani alle radici delle proprie identità.

Lo spettatore viene invece proiettato attraverso le atrocità della guerra civile libanese, con una continua alternanza di momenti strazianti ad altri di delicata poeticità tipica della cultura di riferimento. A sovrapporsi sono anche spazio e tempo: mentre i fratelli scoprono lentamente la memoria individuale e collettiva di un popolo condannato a non poter (e non voler) dimenticare, è la messa in scena della storia della giovinezza della madre a fornirci tutti i tasselli necessari per ricostruire la vicenda.

La rappresentazione parte a rilento, fatica a coinvolgere, s’intravedono onde di sbadigli che si susseguono come una ola. Alle mie spalle c’è un lazzaretto degno di Manzoni, ed io stesso consumo convulsamente caramelle all’eucalipto per evitare di disturbare gli attori con la tosse spasmodica di turno; d’altronde se a Milano non ti becchi l’influenza a Ottobre desteresti qualche sospetto.

Ma dopo il primo atto succede qualcosa. Il testo diventa forte, graffiante, in molti passaggi crudo, non si preoccupa di non sconvolgere, anzi lo fa con insistenza, in un climax ascendente di drammaticità che sembra non rallentare mai. Ed è proprio la penna di Mouawad a fare la differenza. Non me ne vogliano gli attori del Grassi, sempre eccezionali come loro solito, ma l’intensità delle parole prende il sopravvento come raramente accade. Ad un certo punto penso di chiudere gli occhi e concentrarmi su ogni singola lettera pronunciata: ma forse sto esagerando.

Incendi è un intreccio d’amore e di guerra, di vita e di morte, di memoria e di scoperta. V’è tutta la sofferenza di una donna a cui è stato strappato il primo figlio dalle braccia; c’è tutta l’importanza manifesta dell’istruzione, del potere di saper scrivere, leggere, contare, della cultura che sa ancora fare la differenza: c’è tutta l’impotenza della guerra, la difficoltà dei rapporti umani, l’incapacità di vedere oltre che potrebbe compromettere la vita con i propri cari. L’incendio è Nawal; e Nawal è anche la voce di tutte le donne, è la donna che canta, il grido della libertà, di chi si rifiuta di accettare gli orrori della vita ma che è pronto a sacrificare se stesso in nome dell’amore e della pace. L’incendio è anche quel che ti lascia dentro nel momento in cui abbandoni la sala.

“È stato davvero forte, è stato davvero forte, è stato davvero forte” continua a ripetere una Signora d’età avanzata uscendo lentamente dal teatro, mentre il marito le tiene la mano, muove le labbra, ma non proferisce parola.

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