IMPRENDITORI DELLA DIASPORA

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L’immigrazione cinese tra pregiudizi e successo e il caso Paolo Sarpi

a cura di Edoardo Donati

Nel I secolo d.C. Plinio il vecchio attribuiva ai “Senes” il primato nella produzione del ferro e lodava la tecnica di lavorazione dei tessuti del lontano oriente. Per secoli da allora la civiltà cinese ha condotto scambi fiorenti in tutta l’Asia Orientale e verso l’Occidente dimostrando la naturale propensione agli affari e al commercio che ancora oggi riesce a stupirci.

Ma quando l’attività commerciale ha assunto le forme della migrazione, dell’esodo? La “diaspora” cinese è legata soprattutto agli eventi drammatici del XIX secolo, al colonialismo e a volte alla deportazione e continua per tutto il periodo delle guerre civili e mondiali, fino al ’49. E’ lungo questi anni bui della storia cinese che si creano in tutto il mondo le prime comunità di poveri ma instancabili imprenditori, di emigranti in cerca di fortuna e di riscatto attraverso il lavoro. L’ondata riprende con la politica di apertura, durante la quale i cittadini cinesi cercano di penetrare i ricchi mercati occidentali mentre la Repubblica Popolare muove i suoi primi passi verso il progresso.

In questi anni del pragmatismo al potere avviene anche il riconoscimento e la riabilitazione degli emigranti: essi diventano una risorsa, uno degli assi nella manica della crescita del Paese e godono, con le loro famiglie, di grandi incentivi e privilegi. Fu proprio Deng Xiaoping a premere per la ricostruzione dei contatti tra essi e la madrepatria, forgiando miti di appartenenza e arricchendoli di un significato patriottico.

Così quando pensiamo all’immigrazione cinese spesso dimentichiamo che essa non è un fenomeno a sé stante e gli immigrati non sono solo individui in terra straniera, ma parte integrante della “Grande Cina”, vere e proprie propaggini della patria natia a livello globale. La loro è una missione: partono da casa incarnando le speranze della famiglia, che conta su di loro per un supporto futuro e che li finanzia, creando un doppio legame, emotivo ed economico. Per assolvere al loro impegno e restituire il loro debito essi sono pronti a sacrificarsi, lavorando duramente e talvolta divenendo vittime di sfruttamento. Familiare e “missionaria”, celebrata in patria, l’impresa cinese all’estero viene vista come il collante tra la Cina e il mondo, ed ha precise caratteristiche: tendenzialmente chiusa e autosufficiente, raramente perde il contatto con le sue origini. Quasi sempre ha esito nell’invio di importanti rimesse in patria: enormi somme di denaro che raggiungono i parenti al di là della muraglia e che per l’Italia ammontano a quasi due miliardi e mezzo nel 2011. Chiusa, perché il complesso sistema di conoscenze e legami interpersonali coagula le comunità emigrate in gruppi coesi che difficilmente si aprono all’esterno, timorosi di compromettere la preziosa unità fatta di vantaggi reciproci; essi ricreano nel paese straniero il modello in miniatura della vita in patria: nascono le Chinatown.Sarpi2

Ciò che Deng e anche Sun Yat-sen prima di lui avevano ben presente era l’immensa portata del fenomeno: ad oggi si contano più di 40 milioni di cinesi d’oltremare, soprattutto nel Sud-Est asiatico, e non di rado l’intrusione nelle economie degli stati ospiti ha raggiunto livelli di una “minoranza dominante”, capace di controllare fino al 70% della economia nazionale (per esempio in Indonesia o nelle filippine), la resistenza alla quale è sfociata talvolta nel sangue.
Il pregiudizio, il sospetto o la vera e propria opposizione all’immigrazione cinese non sono dunque fenomeni recenti, come dopotutto non lo sono i problemi che essa porta con se: penetrazione illegale, caporalato, sfruttamento, lavoro nero, criminalità. Ma appare evidente che arrestare il processo sarebbe impresa vana, soprattutto ora che l’Impero di Mezzo ritorna in Occidente non da migrante ma da capitalista: rileva attività, crea joint-ventures, investe nei più disparati settori, arruola personale specializzato.

A Milano i commercianti del celebre distretto di Paolo Sarpi hanno protestato uniti contro i controlli a tappeto sulle attività della zona nel 2007 e più di recente contro l’istituzione della ztl merci che avrebbe di fatto staccato la spina alle attività all’ingrosso nel quartiere, dimostrando di rappresentare un interlocutore organizzato e dal peso rilevante per l’amministrazione cittadina. Sul fronte opposto movimenti e associazioni che portano il nome dell’arteria della Chinatown milanese si oppongono alle attività che causerebbero il degrado del quartiere ed una concorrenza sleale all’economia nazionale.

Vero è che l’infiltrazione di prodotti cinesi a prezzi competitivi ha danneggiato molti settori, non solo in Italia (dove il tessile ha ricevuto il maggiore contraccolpo) ma a livello globale, e che spesso le modalità di intrusione si sono rivelate contro la legge. Sarpi4E’ altrettanto vero che ad alimentare il fenomeno è la richiesta: se vi è stato un fallimento nella promozione dei prodotti italiani o sui controlli delle attività straniere la responsabilità è anche dello Stato, nonché dei numerosi commercianti italiani che hanno approfittato dei “laboratori” per ottenere forniture a bassissimo prezzo, aumentando la domanda. Si parla molto dei danni causati dai prodotti cinesi, spesso per tacere la critica mancanza di competitività della produzione italiana, destinata in ogni caso ad una sorte spiacevole nel contatto con un’economia sempre più globalizzata, qualunque nome si dia ad essa. In realtà la situazione sta assumendo pieghe paradossali: proprio i settori tradizionali del Made in Italy hanno guadagnato l’interesse di consumatori e investitori cinesi che rappresentano la maggiore clientela nel settore lusso e artigianato, mentre a causa della precaria condizione economica gli imprenditori italiani guardano con sempre maggior fiducia ai partner cinesi dei quali apprezzano la puntualità nei pagamenti e l’abbondare di liquidità.

Proprio l’inserimento nel tessuto dell’economia italiana dovrebbe rappresentare il futuro per il problema dell’immigrazione cinese: convincere i commercianti di successo ad investire sul territorio, trasformando le comunità chiuse in una fonte per una nuova classe imprenditoriale. Certo un’assimilazione di questo tipo (della quale si vedono esempi compiuti nel Sud-Est asiatico) richiede tempo, ma richiede prima di tutto un’apertura e un clima disteso nei confronti dei migranti.

Recentemente, appianati i dissidi e creati nuovi legami con la comunità cinese, Paolo Sarpi si appresta a conoscere una grande rivalutazione: la già vivace arteria dello shopping oggi ha addirittura un sito dedicato, punta allo sviluppo di una movida tutta sua e già si fregia dell’Oriental Mall, un grande investimento di alcune famiglie su progetto di due fratelli cinesi laureati in Bocconi. A breve sorgerà il nuovo palazzo Feltrinelli e sempre nelle vicinanze apriranno importanti firme della moda italiana. Che proprio il simbolo dell’“invasione” orientale a Milano, della concorrenza sleale di prodotti a basso prezzo e della vendita all’ingrosso non si appresti a divenire un esempio virtuoso di integrazione, in grado di superare le differenze ed elaborare una nuova risposta ai vecchi problemi?

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