Il Narcisismo Infantile del Potere: il Caligola di Corrado D’Elia

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Corrado D’Elia ci nasconde qualcosa circa la sua infatuazione per le piscine. Soltanto nei suoi ultimi tre spettacoli abbiamo assistito a botole piene d’acqua (Otello, Teatro Litta), a blocchi di plexiglass infarciti di caramelle (Hard Candy, Teatro Libero) ed ora, di nuovo al Litta (fino al 24 gennaio), ad una piscina di palline rosse, come quelle con cui giocano i bambini nei kindergarten degli autogrill, qui sostituiti dalla più inquietante figura di Caligola. Non si tratta di un vezzo artistico: se D’Elia ha deciso di farci giocare il suo Imperatore c’è un motivo ben preciso.

Il mostro della perdita

Il Caligola di Camus è un mostro a tutti gli effetti, in grado di concepire il male nei termini più grandiosi ed esasperati possibili: è un artista del male, in grado di «trasformare la sua filosofia in cadaveri». Tutta la sua vocazione sanguinaria si esaurisce e si realizza infatti in una ricerca ossessiva del Male Puro. Eppure questo “mostro” non è un’entità metafisica, una divinità del Caos sotto sembianze umane, ma il prodotto di una causa specifica: la perdita della sorella e amante Drusilla. Ecco il punto di rottura tra il giovane e sensibile poeta e il tiranno omicida, un punto di rottura che troviamo in apertura dell’opera: dalla prima all’ultima scena non assisteremo che alla sua apoteosi e al compiersi della sua metamorfosi. D’Elia sfrutta questo aspetto del testo di Camus e lo esaspera fino a trasformare l’opera in una storia di fantasmi: lo spettro di Drusilla (Linda Caridi) ricompare costantemente a Caligola, senza lasciarsi afferrare, gettando sempre di più l’Imperatore in una spirale di follia e frustrazione, che si riverseranno su tutto il popolo di Roma e, in primis, sulla sua corte. Caligola è il mostro generato dalla perdita.

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Il narcisismo infantile del Potere

Torniamo all’aspetto scenico più straniante di tutta la rappresentazione: la piscina di palline rosse. Non è un caso se questo oggetto acquista un valore simbolico predominante: è qui che si raduna infatti il Senato, è qui che Caligola si tuffa e si crogiola ogni volta che deve emanare qualche assurda sentenza di morte o proclamare la carestia nazionale, ed è sempre qui che si consumano i rapporti tra lui e Cesonia, sua amante. Il risultato è a dir poco grottesco: uomini in completo nero, sempre con un calice in mano e i piedi a mollo in una vasca per bambini che evoca vistosamente il colore del sangue. L’immagine sembra quasi suggerirci che i potenti si facciano il bagno nel sangue degli innocenti, ma la critica che ne emerge è molto più sottile: il Caligola di D’Elia mette alla berlina infatti il narcisismo infantile del Potere. E come è facile immaginare è proprio lo stesso Caligola il Principe dei Narcisi, e l’interpretazione di D’Elia sembra confermarlo: lo spazio sembra concentrarsi attorno a lui, i coprotagonisti risultano quasi semplici comparse, o meglio, spettatori, dell’one-man show dell’Imperatore, che in ogni gesto e in ogni parola sembra sempre suggerire “a me gli occhi, a me gli occhi!”. Caligola ha infatti bisogno di un suo pubblico, un pubblico passivo e incapace di reagire ma in grado comunque di ricambiare il suo sguardo, la sua stessa proiezione su di esso. È un artista, per l’appunto, un artista del controllo, tanto da costituire un fattore di disturbo e pericolo per la struttura stessa del Potere: i senatori, ovvero i suoi collaboratori, gli stessi destinati a tutelare il sistema di cui Caligola è la più pura e terribile espressione, non si decidono a eliminarlo tanto per la sua crudeltà o presunta follia, al contrario, ma per poter riconquistare quel poco di visibilità che spetta loro. Ecco dunque perché Caligola mette alla berlina la natura narcisistica del Potere: di fronte alla sua grandiosa purezza, le piccole ipocrisie e meschinità dei suoi simili risultano ancora più infime e infantili. Basta infatti che Caligola si allontani dalla scena perché i senatori si mettano a rincorrersi e a giocare nella piscinetta del potere, mentre cercano di mettere in piedi una congiura che nessuno di loro è in grado di compiere. La vera finezza del Caligola di D’Elia sta proprio nel mostrare la natura mediatica del potere contemporaneo. Non è un caso che molte scene rimandino a registri televisivi, come quando il filosofo e letterato di corte, Cherea, interpretato da Alessandro Castellucci, espone i motivi per cui “conviene” eliminare Caligola come se fosse una pubblicità-progresso, o ai vari pattern nei cambi scena. Che si tratti di un’implicita polemica alla degenerazione del dibattito politico a protagonismo da salotto che dagli anni ’90 ha interessato il nostro Paese?

La Purezza Perduta (In morte della Poesia)

Non va dimenticato che Caligola è prima di tutto un artista. La sua dimensione di uomo di potere e quella di uomo di lettere andranno sempre più coincidendo verso l’epilogo della tragedia. Come afferma sempre Cherea: «attraverso Caligola, per la prima volta nella storia, la poesia provoca l’azione e il sogno la realizza». È l’anarchia del potere che diventa volontà in atto, gesto puro, ma è una volontà distruttrice portata ad una dimensione superomistica: non essendo in grado di riportare in vita Drusilla, Caligola può avvicinarsi alla natura divina solo nella catastrofe, nell’esercizio sfrenato e incontrollato del suo libero arbitrio contro gli altri. Il sangue non riesce però a placare la sua sete, la sua tensione ideale: lo spettro della Purezza torna a visitarlo e a tormentarlo di continuo, ora nei panni del giovane Scipione (Andrea Tibaldi), ora nel desiderio di possedere la Luna. Proprio quest’ultima scena, spesso rappresentata in toni talmente melodrammatici da risultare stucchevoli, diventano il pretesto per D’Elia di darci un saggio della volontà distruttrice di Caligola. E come ci riesce? Semplice, nella forma a noi pubblico più congeniale: l’ironia. È quasi incredibile la dialettica che si crea tra Tibaldi e D’Elia: se il primo porta lo struggimento a livelli inediti, creando un vero e proprio spaccato lirico all’interno dello spettacolo, il secondo, per quanto all’inizio sembri assecondarlo, fa crollare di continuo la tensione, aprendo parentesi su parentesi di interventi ironici. È questa la vera dichiarazione di poetica di Caligola: “puro” nel male così come Scipione è “puro” nel bene. Nel dominio di Caligola non è più possibile la poesia se non come affermazione di sé sopra tutto e tutti: avendo infatti svuotato di senso l’esistenza, poiché ha privato la morte di qualsiasi finalità e ragione, viene a mancare il senso del limite in grado di attivare l’esperienza poetica, se non nella sua riproducibilità come modello e forma stereotipata, obbiettivo ideale dell’ironia. La gara di poesia da lui indetta tra i senatori diventa il pretesto per una furia ironica senza pari. Non a caso, il tema scelto dall’Imperatore è proprio la morte; solo Scipione sembra uscirne vincitore, proprio per la sua purezza generata dalla perdita (nel suo caso, quella del padre). Solo la mancanza sembra perciò aprire una strada possibile alla poesia nel mondo di Caligola; solo il vuoto lasciato dalla perdita di ciò e chi si ama può lasciare spazio alla verità umana di emergere, in tutta la sua drammaticità. Per il resto non c’è scampo: tutto è destinato a finire tritato nel frullatore postmoderno di Caligola, l’ultimo grande artista contemporaneo.

A cura di Nicolò Valandro

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