HANNAH ARENDT

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a cura di Teresa Bartolomei

Il filtro politicamente corretto che vige per il cinema italiano colpisce ancora. Stiamo parlando del film “Hannah Arendt”, prodotto nel 2012 e proiettato per la prima e ultima volta nelle sale il 28 e il 29 gennaio 2014, in occasione della giornata della memoria. Sull’altro piatto della bilancia c’è la visione in lingua originale, tedesco con sottotitoli in italiano, geniale perché conferisce un valore aggiunto all’evento storico documentato dalla pellicola. Pensate sia l’ennesimo film sullo sterminio degli ebrei o sulla storia di una paladina della giustizia? Invece no! Il film merita di essere visto da tutti, anche da chi non avesse mai sentito parlare della Arendt, e soprattutto in qualunque periodo dell’anno! Allora arriviamo al dunque: perché è importante ricordare le idee di Hannah Arendt?

Il film racconta la storia del controverso articolo scritto da Hannah come corrispondente del “The New Yorker” a Gerusalemme per il processo al generale tedesco Adolf Eichmann, catturato in Argentina e condotto in Israele dinanzi al Tribunale l’11 aprile 1961. Sull’imputato vertevano 15 capi d’accusa, per aver commesso “in concorso con altri” crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra sotto il regime nazista. Per la prima volta dopo il processo di Norimberga veniva svolto un processo in lungua ebraica dove le principali domande non erano “perché è potuto accadere, perché gli ebrei, perché i tedeschi?”. Il processo non doveva riguardare alleanze nazionali, il pubblico doveva essere il mondo intero. “La giustizia vuole che ci si occupi soltanto di Adolf Eichmann, l’uomo rinchiuso nella gabbia di vetro costruita appositamente per proteggerlo: un uomo di mezza età, di statura media, magro, con un’incipiente calvizie….” (cit. La banalità del male)

Le cose fallirono ben presto e si finì a discutere su “ciò che gli ebrei avevano sofferto”, più che su ciò che Eichmann aveva fatto, sulla vittima più che sul protagonista.

Hannah, tedesca anche lei, come ex-allieva di Heidegger e famosa insegnante di filosofia è inviata sul posto ad assistere al processo. Lì potè finalmente osservare da vicino il volto del “mostro”, come lo definisce l’ accusa, scoprendo che si trattava di un burocrate, di un uomo semplice, quasi banale, che si è limitato a eseguire degli ordini. Alla domanda se si considerasse colpevole Eichmann non fece altro che rispondere: “Non colpevole nel senso dell’accusa”. Egli affermava, e forse credeva veramente, di non aver mai ucciso un ebreo o un non ebreo, di non essere un Innerer Schweinehund, cioè un individuo squallido e ignobile. Riconosceva di aver aiutato o comunque favorito lo sterminio degli ebrei ma, sulla consapevolezza con la quale agiva, dichiarò che non si sarebbe sentito con la coscienza a posto se non avesse eseguito gli ordini.

La sconcertante verità che emerge per bocca di Eichmann è che le sue azioni erano criminose solo guardando retrospettivamente, e lui era sempre stato un cittadino onesto e fedele alla legge, così come considerava gli ordini di Hitler.
Il processo va avanti e porta a galla l’incredibile varietà della natura umana. Hannah verrà aspramente criticata e insultata anche per aver brevemente accennato alla responsabilità degli Judenrate, o alla strana disposizione della comunità ebraica a trattare con le autorità naziste nel primo periodo. Alla mente di Hannah non passano inosservate le più sottili contraddizioni, non perché le ricercasse in sé, dato che la sua riflessione va oltre il mero incarico di reportage, vuole capire, vuole andare al fondo del problema del male, oltre le discriminazioni razziali.

Verso la fine del film si assiste alla tanto attesa pubblicazione dell’articolo, dal quale nascerà il libro “La banalità del male”. Ma è con il discorso pronunciato in università a seguito delle polemiche che lo spettatore ha maggiori strumenti per giudicare l’arroganza dipinta sopra la fama della filosofa. Quando è ormai sola, anche gli ebrei la accusano di essere anti-ebrea, rimane in piedi forte del suo pensiero:

Eichmann non era stupido, era semplicemente senza idee”, rifiutando di pensare rinunciò a essere persona. “Ma nella misura in cui si tratti di crimini, è inutile che l’imputato cerchi di giustificarsi sostenendo di aver agito non come uomo, ma come semplice funzionario, che come lui poteva essere qualsiasi altro… Il nocciolo del problema è un altro, quello del concetto dell’azione di Stato, che appella la ragione di Stato alla necessità, per cui anche i crimini di Stato sono considerate misure d’emergenza, concessioni fatte alla Realpolitik al fine di conservare l’ordine vigente.

La storia del processo ad Eichmann non è che uno fra i tanti esempi che dimostrano l’inadeguatezza dei sistemi giuridici dinanzi ai massacri amministrativi. Non esistono altre sì colpe collettive o innocenze collettive, però la “responsabilità politica” è indipendente da quello che può fare un individuo appartenente al gruppo. Questa e altre distinzioni non sono state tenute in conto per il processo penale individuale rivolto ad Eichmann. Sono passati 50 anni da quel processo, ora dobbiamo chiederci quali passi avanti stiamo facendo per evitare che possa riaccadere un errore di sistema. Lei ha avuto il coraggio di esaminare fino a che punto la Corte di Gerusalemme è riuscita ad assetare la sete di giustizia dell’umanità, noi dovremmo avere il coraggio di leggere e di continuare a pensare.

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