FIDELIO ALLA SCALA

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A cura di Marina Bertolini 

Dopo il grande successo di pubblico negli scorsi anni, il Teatro alla Scala ha voluto ancora una volta offrire ai giovani, under30, la possibilità di assistere in anteprima all’opera inaugurale delle stagione. A differenza dell’anno scorso, in cui le richieste erano state talmente numerose da mandare in tilt il sistema, quest’anno la scelta dell’opera Fidelio è sembrata un po’ meno popolare. Non tanto però da impedire che i biglietti andassero tutti esauriti in pochi minuti o che fosse minore l’entusiasmo di coloro che vi hanno assistito.

Fidelio, unica opera di Beethoven, ebbe una composizione lunga e travagliata. Da inizio ‘800 fino alla metà degli anni dieci, in cui il maestro mise mano alla partitura così tanto che ad oggi ne esistono più versioni. Revisioni dovute certamente ai molti dubbi ed incertezze di Beethoven stesso, ma anche a causa dei teatri che richiedevano qualcosa che avesse successo di pubblico. Tuttavia, abbiamo motivo di credere che Beethoven forse piuttosto soddisfatto già della prima partitura, la stessa che si è scelto di rappresentare alla Scala.

SCALA1-IL SOPRANO ANJA KAMPE IN PROVA

La vicenda è semplice: il tentativo, e successo, di una moglie devota di salvare il marito che tutti credono morto, testimoniando valori universali quali la libertà e il coraggio. L’opera comincia in maniera piuttosto dimessa, come se fosse leggera ma, col progredire, si assolutizza sempre di più e soprattutto ci offre un impareggiabile esempio di sintesi dei cosiddetti tre periodi beethoveniani che dividono la produzione del compositore. Questo crea tuttavia non poche difficoltà ai musicisti e cantanti che la devono eseguire: sono presenti infatti momenti vivaci, caratteristici del primo periodo in cui Beethoven e ancora legato alla musica di Haydn, ad altri solenni ed eroici, che sembrano già preannunciare la nona sinfonia. Un Beethoven non ancora maturato, quindi, è quello che si dedica ad un lavoro nuovo aprendosi al mondo operistico. Nella forma, però, nulla cambia. A differenza di Wagner, che rivoluzionerà completamente la forma operistica, per esempio eliminando il recitato, Beethoven appare ancora legato alla tradizione tedesca, quindi allo singspiel. Non mancano comunque elementi e intuizioni originali, prima fra tutte quella di condensare tutta l’opera nell’ouverture.

A dirigere un’orchestra che ormai sente un po’ sua, il maestro Barenboim, direttore musicale del Teatro alla Scala a fine mandato. Fra i cantanti ha spiccato per voce e interpretazione Anja Kampe, eccezionale Leonore/Fidelio, accompagnata da artisti quali Peter Mattei, Klaus Struckmann e Kwangchul Youn.

Un grande apprezzamento anche alla regista, Deborah Warner, che ha sapientemente evitato di racchiudere Fidelio in un unico periodo storico. La storia è infatti ambientata in un cantiere in cui non mancano pilastri e blocchi di cemento grezzo che danno un’impressione di abbandono come luogo di ceneri da cui si leverà l’inno di gioia finale, preludio di rinascita. Una scelta felice soprattutto per l’universalità dei temi trattati che non possono essere ridotti ad un solo luogo e ad un solo momento storico. Siamo nella modernità che ci appartiene qualsiasi provenienza abbiamo.

 

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