Chi vuol essere Giulio Cesare? @ Teatro Litta

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Regina di picche, sei di cuori, Jack di picche, Joker e, sopra tutti, il Re di cuori: sono le carte che compongono l’House of Cards del potere, in scena al Teatro Litta dal 9 al 15 novembre.

La compagnia I Demoni porta in scena la tragedia del potere per eccellenza, quel Giulio Cesare shakespeariano che, nella versione qui presentata in prima nazionale, vede Cesare al contempo come il grande assente e il personaggio sempre presente sul palcoscenico, incarnato nella figura di quel Re di cuori che a tratti emerge minaccioso, evocato dalle parole dei congiurati. E d’altronde non si tratta di un’assenza fisica particolarmente incisiva se già nella versione originale il quasi-imperatore compare in tre sole scene e viene ucciso all’inizio del terzo atto (su un totale di cinque).

L’adattamento curato da Alberto Oliva e Mino Manni segue il filo degli eventi principali, tagliando quel contorno di situazioni e personaggi che nell’originale danno forse maggior conto dell’evoluzione psicologica dei protagonisti, accelerata dal rapido precipitare degli avvenimenti. Ridurre la messa in scena ai soli veri artefici della trama (Bruto, Cassio, Antonio e, più marginalmente, Casca e Ottaviano), scelta giustificata da evidenti ragioni di natura “pratica” oltre che artistica, significa tuttavia ridurli, più di quanto già non siano, ad altrettanti “tipi” umani ben caratterizzati nei loro lineamenti di fondo, e in essi strettamenti confinati: così Cassio è il giovane impulsivo travolto, infine, dalla valanga degli eventi che egli stesso ha generato, pur incapace di gestirne le estreme conseguenze (come una pietra focaia “che se vien fregata, emette una fuggevole scintilla e subito ritorna fredda pietra”); Bruto è il nobile onesto, senza brame di potere di sorta ma che, una volta avvelenatagli la mente con il tarlo della congiura, ne diviene l’ultimo e più strenuo propugnatore; Antonio, infine, rimane l’appassionato difensore di Cesare la cui immagine la tradizione ci ha tramandato nella forma del suo accorato discorso funebre, rivolto qui all’intera platea degli spettatori. Seppure in parte appaia in realtà nobilitato dall’espunzione del passaggio che nella versione originale vorrebbe fosse un suo schiavo, prima che lui stesso, ad assicurarsi dei propositi di pace di Bruto e Cassio nei suoi confronti a delitto avvenuto; omissione che sbilancia lievemente a favore di Antonio la neutralità di giudizio mantenuta dall’autore.

Di questa estrema sintesi forse lo spettacolo a tratti patisce, nonostante la grande contemporaneità, o meglio sarebbe dire l’universalità, dell’opera del Bardo risieda anche in ciò, nell’aver, cioè, saputo tratteggiare caratteri universali che sembrano rispondere alla legge per la quale nihil sub sole novum. Perché anche nella realtà, come nelle carte, muta il gioco, ma le figure restano le stesse, e per quanto i protagonisti si atteggino ad abili giocatori e spietati croupier, restano sempre semplici pedine nella partita del potere, e di quelle stesse carte con cui giocano e feriscono, infine periscono.

Data questa modernità immanente al testo, i dialoghi si mantengono fedelissimi all’originale, rendendo nel complesso l’operazione una sorta di semplice trasposizione di un classico entro i confini di una cornice nuova, entro una “scatola decorata” che rifacendosi alla fortunata serie televisiva House of Cards (la colonna sonora della quale si fa leitmotiv dell’intera rappresentazione) veicola con efficacia l’idea della sostanziale vacuità dei giochi di potere, labili come castelli di carte, in virtù dei quali una congiura ordita per arginare una deriva autoritaria porta invece alla tragica fine dei congiurati stessi e all’instaurarsi di un regime ancor più assoluto.      

Di innegabile effetto è la scenografia, composta da tante carte da gioco, quasi a colmare l’assenza dei numerosi personaggi di contorno, che una volta girate divengono invece soldati negli eserciti delle due avverse fazioni. Proprio la netta distinzione tra le parti è a sua volta sottolineata dall’uso del colore nei completi, un po’ da casinò, un po’ da figure delle carte, forse entrambe le cose: camicia nera (un caso?) per la coppia Bruto e Cassio, rossa per Antonio e Ottaviano.
In linea con l’atmosfera d’insieme anche il disegno luci, curato da Marco Meola, che nel proiettare fasci dall’alto crea inquietanti giochi d’ombra sui volti dei protagonisti, già sempre più velati, al progredire della vicenda, dalle ombre dell’ambizione e della sete di rivalsa sui nemici.

Rappresentata in un momento storico in cui alla figura di Cesare faceva da controcoro quella sempre più potente della regina Elisabetta, questa tragedia nasce per parlare al presente ammonendo, da un lato, potenti e aspiranti tiranni, dall’altro, cittadini e aspiranti sudditi. A detta dello stesso regista, è una curiosa coincidenza, dunque, quella che ha visto coincidere il debutto in prima nazionale di questo Giulio Cesare con il risultato delle elezioni americane: scegliere di rappresentarlo oggi significa dunque ascoltare, a fronte della crisi delle democrazie occidentali, l’eco del discorso giustificatorio di Bruto, teso a far comprendere alla folla come il “bene comune”, fine ultimo e spinta iniziale dell’assassinio di Cesare, in fondo trasformi lui, al pari degli altri congiurati, da omicidi in “purificatori”, da macellai in “giustizieri”.
L’errore risiede tuttavia proprio nel non saper comprendere quello stesso popolo pronto a cambiare bandiera al solo suono di parole più ammaliatrici, di discorsi più retorici: una folla incapace di prendere posizione autonomamente e per questo desiderosa essa per prima di sottomettersi ad una volontà unica. E d’altronde gli stessi propositi iniziali si vedranno sfumare nelle famigerate liste di proscrizione, in fondo non dissimili dalla recente decisione di Erdogan di vietare la rappresentazione delle opere di Shakespeare: chissà se, a saperlo, la reazione del Bardo sarebbe la stessa di quella avuta da Dario Fo che, sottoposto alla medesima censura, vi ha visto un onore pari ad “un secondo Nobel”.      

a cura di Claudia Tanzi

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