On stage: EDIPO RE – EDIPO A COLONO

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L’incapacità di comprendere il Reale è una dimensione che caratterizza l’antichità greca quanto la contemporaneità postmoderna. Come Edipo, l’uomo post novecentesco realizza l’insufficienza della Ragione Moderna per comprendere la Verità del Mondo che lo circonda.

È proprio alla luce di questo cambio di paradigma che il dittico Edipo Re-Edipo a Colono assume nuova vitalità.

Nell’analizzare quest’opera, in scena al Teatro Franco Parenti fino a domenica 4 dicembre, è bene ricordare come le due tragedie non siano state dirette da un unico regista, ma siano state affidate a due personalità molto differenti tra loro. Differenza generazionale che si riflette inevitabilmente nelle rispettive scelte sceniche. Alla produzione molto ricca dell’Edipo Re di Alessandro Baracco fa da contraltare l’essenzialità sobria dell’Edipo A Colono di Glauco Mauri.

Edipo Re

La scena è a-temporale, i costumi richiamano un’eleganza regale più moderna, alternata da cappotti impermeabili che riparano da un’iniziale pioggia. Sullo sfondo, una culla con dei bambolotti abbandonati, una pozza d’acqua fa da padrona alla scenografia inducendo i personaggi in un susseguirsi di gesti purificatori. In scena Edipo deve far conto con la Verità, annunciata successivamente dall’oracolo Tiresia (Glauco Mauri), una Conoscenza incomunicabile per Edipo, in cui prevale l’arroganza della presunzione del sapere. Giocasta veste di un’eleganza degna di una regina, che non viene scomposta nel suo delicato cammino verso una disperata morte. È inevitabile il confronto della performance della Arvigo tra il primo racconto e nel secondo; In Edipo a Colono l’attrice è Antigone, figlia devota di Edipo, vestita di stracci, timorosa e umile.

L’ombra della culla sullo sfondo fa risuonare su in tutta la messa in scena il destino di Uomini abbandonati, di Edipo per primo, abbandonato dai suoi genitori naturali, e di un Edipo che infine abbandonerà i figli maschi e Tebe; storie di un odio transgenerazionale che muove l’intera opera. La regia rende chiara l’idea di incomunicabilità e cecità di ogni personaggio; non comunicano, non vedono, si servono di grossi microfoni per arrivare agli altri, ma invano. L’essere ciechi continua a rimbombare sul palco, sullo sfondo compaiono le immagini di un uomo bendato: Edipo, non vede più, ha bisogno di proseguire lungo un cammino di redenzione per tornar a vedere la luce.                              I tentativi di Baracco di attualizzare il mito Tebano con l’utilizzo di abiti di inizio Novecento e di un comparto scenografico molto presente ed articolato rischiano di distogliere l’attenzione dello spettatore. L’iper modernizzazione della tragedia produce momenti al limite del grottesco e non sembra portare un effettivo valore aggiunto alla rappresentazione. La produzione risulta cionondimeno efficace nel muovere gli animi degli spettatori incontrando il loro favore.

Edipo a Colono

Luce in ogni dove, lo sfondo bianco della scena emana una luce potente. Edipo è a Colono, cieco, sfatto, vecchio. Interpretato da Glauco Mauri, Edipo è accompagnato dalla sua fedele figlia Antigone, anche lei vestita di stracci. Un magistrale Mauri interpreta la saggezza della vecchiaia di un secondo Edipo. La presenza corale è decisamente più importante per questa regia, il coro in Edipo a Colono è il popolo che prima disprezza Edipo e poi lo accoglie come Uomo facendo riemergere l’humanitas alla quale ricorre la figlia Antigone. Dal coro, mai inquadrato, sempre nascosto da un cappuccio bianco, intervengono delle figure che si mostrano allo spettatore, tra cui Teseo, re di Atene, l’anti-Tebe, frutto di un universo razionale, che prova la pietà dell’uomo per l’uomo.

In uno spazio perfettamente organizzato riempito da un coro che si muove in armonia coreografica, si svolge la scena, Edipo è l’eroe che compie un redde rationem (metter a posto le sue cose), non è più disposto a versare altro sangue, nemmeno per i suoi figli. Il suo destino è già stato compiuto, così come lo è sempre stato. Edipo è un uomo anziano pronto alla morte ed è proprio in questa che si compie il riconoscimento di se stesso e l’accettazione del fato; sarà la morte che permetterà l’arrivo della ragione. Opera intima di Sofocle che vicino alla morte arriva alla consapevolezza della grandiosità e risolutezza di questa.

La regia di Glauco Mauri riesce a dare grande intensità ad una tragedia che apparentemente possiede una forza drammatica inferiore all’Edipo Re. La direzione artistica e spirituale di questo gigante del Teatro Italiano è l’elemento che impreziosisce uno spettacolo difficile da dimenticare.

A cura di Sara Palumbo e Carlo Michele Caccamo

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