“Der Park” o “Das Labyrinth”

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a cura di Nicolò Valandro

  • Premessa (dove siamo finiti?)

Il teatro oggi richiede coraggio. Questo però non riguarda solo gli operatori del settore, ma anche il pubblico stesso. Ad esempio, per un qualsiasi neofita, ci vuole una certa dose di autentica audacia per comprare un biglietto da trentadue euro per la prima di uno spettacolo da quattro ore e mezza come Der Park, testo di Botho Strauss andato in scena per la regia di Peter Stein al Piccolo Teatro di Milano il 25 novembre. Il coraggio, tuttavia, alla lunga paga e credo che questo sia uno di quei casi.

   Partiamo da un presupposto: chiunque abbia assistito allo spettacolo, anche l’occhio più preparato, deve ammettere che non si tratta di un’opera “facile”, per quanto la dicitura “tratto da Il Sogno di Shakespeare” dovrebbe rincuorare i più dubbiosi. La sensazione principale che si ha durante la visione è una forma davvero bizzarra di spaesamento; più volte infatti ho sentito mormorare nelle file alle mie spalle la frase “io, ti giuro, non capisco cosa sto guardando, ma dove siamo finiti?”, quasi che il pubblico stesso dopo la prima ora di spettacolo si trovasse catapultato in quel delirio onirico(-lisergico?) a cui sono costretti i personaggi della pièce. È normale, mi viene da pensare. È la stessa sensazione che ho provato nel leggere per la prima volta i racconti di Donald Barthelme. E se c’è qualcosa che quell’esperienza mi ha insegnato è che, per quanto questi farabutti postmoderni si divertano a fare i difficili, c’è sempre qualcosa che ci tengono a dirci, oltre a ridere delle nostre mediocri capacità interpretative. Lo stesso vale per Der Park di Strauss-Stein. Che sia ciò di cui avevamo bisogno è un altro discorso.

  • Delirium Nocturnum

Mettiamo due primi paletti: 1) Der Park è un testo scritto da Botho Strauss appositamente per Peter Stein nel 1982. Ci troviamo quindi di fronte a due campioni del teatro tedesco degli anni ’80 (e di riferimenti alla Germania degli anni ’80 lo spettacolo è pieno, a partire dai punk che passano le loro giornate a cazzeggiare attorno al Muro fino ai discorsi sulla situazione economica del Paese); 2) come ci ricorda il sottotitolo, lo spettacolo è ispirato a Il Sogno di Shakespeare, una delle opere più famose e rappresentate del Bardo, in cui il lirismo più acuto si fonde con i tratti inconfondibili della commedia amorosa in una dimensione di leggerezza estremamente onirica. Bene, Strauss e Stein partono da queste due premesse e le ribaltano di segno per raccontarci quel delirio esistenziale noto come surmodernità: la Germania degli anni ’80 si presenta sul palco come l’epicentro di un cataclisma umano i cui segni – la disgregazione della personalità individuale, la sterilità asettica dei rapporti umani, l’appiattimento borghese dell’amore a insieme di convenzioni sociali – sono riscontrabili in tutto l’Occidente, e l’Atene mitica di Shakespeare lascia il posto ad uno squallido parco berlinese, in cui vagano senza meta coppie in crisi, quartetti di punk scalcagnati, netturbini e cinici di ogni tipo.

Non mancano di certo Oberon (Paolo Graziosi) e Titania (Maddalena Crippa), qui nelle vesti di una vecchia coppia di voyeur al limite dell’impotenza, impegnati nell’assurdo tentativo di risvegliare in quel calderone di incomunicabilità e isolamento almeno una minuscola scintilla di passione amorosa (ATTENZIONE: Oberon e Titania sono piuttosto realisti circa le loro possibilità di manipolare i desideri degli uomini, per questo con “passione amorosa” va inteso il livello più primitivo e più complesso dell’interazione umana, ovvero la sfera sessuale). Il maldestro folletto Puck è poi sostituito da Cyprian (Mauro Avogrado), un artista di mezza età ossessionato dal desiderio di possedere un netturbino di colore, promessogli da Oberon nel caso in cui riesca, con i suoi feticci, a risvegliare le passioni degli avventori del parco. Ci troviamo quindi al cospetto di un Sogno in tono minore, degradato fino all’estremo, dove la leggerezza della commedia shakespeariana lascia il posto alla tragicommedia della contemporaneità. Il Parco diventa il perimetro di un incubo grottesco, in cui le vicende dei personaggi, sottoposti ad una metamorfosi degenerativa, si susseguono quasi prive di consequenzialità in una circolarità alienante. Le passioni risvegliate da Cyprian e dai suoi oggetti d’arte di consumo si rivelano incapaci di indurre anche il solo minimo accenno di umanità, di sincero amore, tra i personaggi, producendo al loro posto un carosello di pulsioni incontrollate e grottesche, tanto da suscitare le risate del pubblico. Ma se il sogno è a suo modo comico, il risveglio è tragico: esausto dei suoi fallimenti, Oberon abbandona i suoi poteri e si unisce all’umanità delirante che lo circonda, mentre Titania, che durante la notte si era trasformata in Parsifae, la donna posseduta dal Toro nella mitologia greca, giace stremata a terra in una pozza di sangue, pronta a dar alla luce il Minotauro, l’unico degno di diventare il sovrano di questo Labirinto postmoderno. È la storia di un sogno che si trasforma in delirio, quella di Der Park. Un delirio da cui è impossibile uscire.

  • Labirinti

Se le vicende dei personaggi stordiscono il pubblico, il finale lascia in molti spiazzati. La scena con cui si conclude l’opera, l’epilogo, giunge in un momento davvero inaspettato. Dopo una lunga scena che ha tutti i tratti inconfondibili di un ottimo finale, in cui vediamo i capi delle singole trame individuali giungere a conclusione, proprio al vertice di quel climax lirico che è il ricongiungimento estremamente drammatico e mutilo di Oberon e Titania nei loro panni mortali, prende la parola un nuovo personaggio, il Minotauro. Costui (un grandissimo Alessandro Varrone) ha organizzato un party di compleanno per la madre, Titania/Persifae, a cui però si presentano pochi invitati. Dopo una scena piuttosto inquietante di incesto, il Minotauro resta solo sul palco (fatta eccezione per la sua cameriera, che continua a dimenarsi sul palco in atteggiamenti decisamente equivoci) e inizia un lungo monologo sulla “folla” e il piacere che gli dà essere circondato da persone, e con una splendida battuta rivolta alla cameriera (“scusa, ma tu origli soltanto o hai anche capito qualcosa?”) e forse anche agli sperttatori, cala il sipario, mentre il pubblico disorientato cerca di raccapezzarsi sul dove si trova e che cosa ha fatto nelle ultime quattro ore. (Nota di costume: gli atteggiamenti a fine spettacolo sono stati i più vari; c’è chi ad esempio ha sbottato e se n’è andato mordendosi la mano per aver speso trentadue euro di biglietto, chi si è messo ad applaudire estasiato, chi ha contattato il suo analista e chi, come me, si è messo a ridere). Per quattro ore e venti intervalli inclusi Peter Stein (la cui regia è stata ad ogni modo brillante, così come le scenografie di Ferdinand Woegerbauer e le luci di Joachim Barth) ci ha preso per mano e ci ha guidato per i tortuosi gironi di questo labirinto moderno, fino a farci fare la conoscenza del suo più illustre abitante, senza dirci mai però se sulla mano ci aveva sputato o no. È un labirinto a più strati quello di Der Park: è labirintica la trama, che ad ogni punto cieco sembra tornare sui suoi passi che a loro volta ci mostrano qualcosa che non avevamo notato prima, è labirintica la sequenza degli avvenimenti e il passaggio da una scena all’altra, unite più da analogie che da chiari passaggi narrativi, è labirintico (e stratificato) il messaggio che vuole comunicarci ed è labirintico il Parco stesso, che sembra infittirsi di scena in scena, grazie all’uso di vasi/cespugli montati su carrelli. E come in ogni labirinto, nessuna uscita è garantita. Nella tragicommedia di Strauss-Stein infatti non c’è alcun Teseo deciso a uccidere il Minotauro e a liberarne i poveri ostaggi, né v’è traccia del famoso filo d’Arianna. I suoi abitanti, al risveglio dal sogno che era quasi riuscito a ricreare tra loro un minimo di relazione, sebbene conflittuale e fallimentare, ora procedono soli ed isolati seguendo ciascuno il proprio itinerario, che non farà altro che riportarli al punto di partenza. Una staticità dinamica e circolare, verrebbe da dire. L’unico che sembra a trovarsi a suo agio è il Minotauro per l’appunto, sebbene appaia infastidito dalla scarsa affluenza al compleanno della madre. Con questo, Strauss e Stein sembrano volerci dire che solo gli ibridi, le creature deformi e mostruose generate dal desiderio esasperato di una vita autentica (vedasi il monologo di Titania nel laboratorio di Cyprian, la quale sul punto di trasformarsi in una vacca lamenta il suo desiderio di essere posseduta da un Toro, simbolo di potenza e fertilità, perché non prova più alcuna soddisfazione dai rapporti con gli esseri umani) sembrano in grado di sopravvivere. Il Mostruoso sopravvive all’Umano, il Blasfemo al Sacro, il Vuoto alla Leggerezza. Infatti, se l’Amore per l’Altro ha lasciato il passo all’Amore per la Patria (all’Ideologia, dunque) e l’Arte si è ridotta alla produzione in serie di feticci dal dubbio gusto e dal dubbio valore, anche la Morte (che sul palco ha persino una relazione con un personaggio) risulta sminuita, per lo più censurata, sebbene presente, incapace di toccare il nervo dolente dell’umano. È una denuncia, quello dei due tedeschi, alla desolazione esistenziale dei nostri tempi e insieme l’amara constatazione che non ci sono vie d’uscita in vista, fatta con una consapevolezza disarmante. Sorge però una domanda: quanto è efficace una denuncia di una situazione che non presenta soluzioni possibili?

  • Il problema, in sintesi.

È un problema grosso quello che presenta Der Park, le cui radici scendono nelle profondità dell’estetica e dell’esistenza contemporanea. In quasi quarant’anni di postmodernismo, se c’è una cosa che abbiamo capito della sua estetica e delle sue problematiche, è che è un serpente che si morde la coda cercando di fagocitarla. La rappresentazione di una situazione critica priva di soluzioni non è una soluzione, nemmeno quando questa cerca di sviscerare e smascherare i congegni che stanno dietro alla rappresentazione stessa. Der Park, il risultato cioè dello sforzo artistico di Peter Stein e Botho Strauss, non è una soluzione ai problemi che esso pone, sebbene il suo contenuto sia fortemente di denuncia dello stato (deprimente) delle cose. Lo spettacolo infatti rivela attraverso di sé la natura problematica del presente, ne mette in scena le contraddizioni e le esplicita, facendole esplodere e implodere a suo piacimento, e in un certo senso le problematizza, rendendoli oggetti di fruizione estetica, ma è una critica, quella di Der Park, che tende a perdersi in se stessa. Per smascherare l’infelicità dell’uomo contemporaneo e la sua incapacità di uscire dalla dimensione virtuale della propria esistenza, preda del proliferare infinito di meta-interpretazioni di altre meta-interpretazioni, non fa altro che perpetuare gli stessi meccanismi interpretativi che causano la dispersione dell’Individuo. È come se Der Park cercasse di spiegare gli effetti della modernità sull’uomo con gli stessi effetti, senza cioè giungerne alle cause; lo stesso vale per la rappresentazione dell’incomunicabilità attraverso l’incomunicabilità, dello spaesamento attraverso lo spaesamento, della frammentazione attraverso la frammentazione. Der Park non pone soluzioni perché non gliene interessa porne, non presenta vie d’uscita perché è un labirinto che si costruisce su se stesso. E questa è un’estetica che ha funzionato per molto tempo e a cui dobbiamo molto. È merito dei grandi autori della postmodernità se siamo entrati in familiarità con certi temi centrali del nostro tempo ed è attraverso le loro opere che siamo più volte riusciti a fare il punto della situazione nel tentativo di uscirne. Le cose però sono cambiate. La rappresentazione postmoderna del reale è stata superata dal Reale stesso, come sottolinea D. F. Wallace in un suo famoso saggio degli anni ‘90 sulla TV e sulla Letteratura Postmoderna Americana. Questo tipo di estetiche problematizzanti oggi sembrano non tanto problematizzare i contenuti esposti, quanto far sbadigliare o infastidire gli spettatori. Oggi il teatro (e l’arte in generale) ha bisogno di essere coraggioso, certo, e visionario, caratteristiche che non mancano di certo a Der Park, ma se vuole davvero toccare gli spettatori e incidere sul tessuto di Realtà che si trova ad occupare ha soprattutto bisogno di uscire da se stesso e da tutte le sue meta-interpretazioni, fino a diventare più reale dello stesso Reale. Ha bisogno, per usare una metafora, di mostrare almeno l’entrata del Labirinto.

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