DAL ’45 ALLA REGIA NEI PIÙ BEI TEATRI DEL MONDO: GIANFRANCO DE BOSIO RACCONTA

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Intervista al grande regista veronese: ottantanove anni da protagonista della scena artistica internazionale.

a cura di Giulia Corti 

facoltà di Lettere e Filosofia

L’arte è tutto, un tessuto magmatico, un fiume in piena, un oceano in tempesta

Le parole di Gianfranco de Bosio sono piene di emozione e risuonano chiare nel grande studio milanese, affacciato su corso Magenta, dove ci incontriamo per l’intervista in una grigia domenica di ottobre. Grandi scaffali di legno debordanti di libri riempiono le pareti e la scrivania: miriadi di nomi e opere illustri, tanti quanti ne ha incontrati nella sua lunga carriera il grande regista italiano. Personaggio di spicco del mondo del teatro e della cultura, de Bosio nasce nel 1924 a Verona e inizia la sua lunga carriera artistica da Padova, dove fonda nel 1945 il Teatro dell’Università. Lega il suo nome a quello del Ruzante, drammaturgo e scrittore veneto cinquecentesco che riporta sulla scena internazionale.debosioLe sue regie spaziano su centinaia di autori, da Brecht a Eschilo, da Shakespeare a Goldoni,poi Alfieri, Pirandello e Shaw. All’opera lirica dedica gran parte della sua carriera mettendo in scena Mozart, Rossini, Wagner e soprattutto Verdi; i suoi spettacoli vanno in tutto il mondo. All’Arena di Verona, dove debutta nel 1977 e di cui sarà sovrintendente per due mandati, le sue rappresentazioni sono sempre premiate dal pubblico; la storica rievocazione dell’Aida del 1913 vanta ben diciassette edizioni portate in scena, oltre che a Verona, da Vienna a Tokyo, passando per Israele e Germania.

Nel 2013 in occasione del centenario dell’ente lirico ha riportato nell’arena veronese due classici del suo repertorio: Aida e Nabucco. Per non far mancare nulla a una carriera già eccezionale, dirige tre film: “Il terrorista” (1963) con G.M. Volontè, “La Betìa ovvero in amore, per ogni gaudenza, ci vuole sofferenza”(1971) e “Mosè”(1976) con Burt Lancaster.

 89 anni di passione per il teatro, per la musica, per la poesia: ripercorrendo le notizie sulla sua vita si ha proprio l’impressione di conoscere un uomo animato da una grande passione e che si lascia suggestionare e incuriosire da stimoli artistici sempre nuovi.

Che cos’e’ per lei l’arte?

A questa domanda non so bene come rispondere. Arte è una parola ambigua.

Ci sono tanti modi di affrontarla. Forse un po’ tutte le arti sono racchiuse nel teatro: pittura, scenografia, costume. Sovrana su tutte è la musica, architettura di suoni. L’arte è infinitamente variabile. È un tessuto magmatico, è quasi un oceano qualche volta in tempesta, con i cavalloni che si alzano e ripiombano. Un panorama tempestoso che si distende e dà luogo a tramonti meravigliosi e albe incantevoli. È bellissimo. L’arte ci aiuta a vivere, dà un senso alla vita. Fa superare la mediocrità della vita quotidiana

Tutto è iniziato dal teatro. Come è nato in lei questo interesse?

Il teatro mi ha affascinato fin da ragazzino, con le marionette. Era evidentemente una vocazione. Abitavo a Verona: mio padre aveva comprato una grande casa. Ricordo che aveva un grande scalone e lì fra gli otto e i dieci anni ho incominciato con gli amici a pensare al teatro. Al liceo Maffei di Verona ottenni dal preside, a cui non piaceva la poesia, di trasmettere delle letture una volta alla settimana dal microfono della presidenza. Cominciammo dai greci. Ricordo una volta leggendo Teocrito rovesciammo la bacinella d’acqua che usavamo come rumore di sottofondo e finì per annaffiare tutte le carte del preside!

La sua carriera prende il via all’interno dell’università. Che clima c’era in quegli anni?

Mi ero iscritto a lettere grazie al sostegno di mia madre, mentre mio padre avrebbe voluto vedermi avvocato come lui. L’Università di Padova era magnifica: grazie all’appoggio dei professori fondai il teatro che svolse la sua attività dal ‘45 al ‘52. Dalla resistenza antifascista veniva alimentato un clima stupendo; c’era una fratellanza fra alunni e insegnanti che non si potrà mai più ripetere. Il periodo della resistenza fu cruciale per me: per due anni lasciai gli studi. Arrestato dai tedeschi, riuscii a scappare e fui costretto a nascondermi. Se sono ancora vivo lo devo al mio maestro di clandestinità, Idelmo Mercandino: un comunista molto esperto che scappava dai tempi della guerra civile spagnola, e poi fu deputato.

Come reagì il mondo culturale di allora quando lei, giovane artista, introdusse nel teatro italiano due novità, una dal lontano ‘500 come Ruzante e una così moderna come Brecht?

Brecht era avversato nel fascismo, come tutta la cultura d’oltreoceano. Io lo portai in scena negli anni ’50. Per Ruzante l’ambiente accademico reagì con indifferenza e l’ambiente politico con avversione. Fui educato a leggere questo autore da un ricco signore di Padova che possedeva una biblioteca con oltre ventimila volumi. Un vero tesoro, con molti testi di teatro, poi venduto con grande scandalo agli americani. La nostra avventura col Ruzante fu mal vista in università ma immediatamente accolta con entusiasmo dai teatri stabili: Grassi e Strehler a Milano, poi a Genova e a Roma.

Nella scrittura io mi attenevo al testo originale e cosi lo insegno ancora oggi al Piccolo. Voglio che i miei ragazzi imparino a conoscere la sua lingua che li arricchisce di suoni e di teatralità. Ruzante era un attore formidabile.

Grande sperimentatore ma anche capace di riscoprire la tradizione del passato, come nel caso della rappresentazione all’Arena di Verona dell’Aida del 1913; come mai questa scelta?

La vicenda di questa Aida è po’ un “trucco”. Fu il sovrintendente Cappelli a chiedermi di studiare l’edizione del ’13, ma ne esistevano solo pochi disegni. Così partimmo con due sole scenografie certe, le altre furono ricostruite con il materiale che c’era: ecco perché non l’ho mai chiamata “ricostruzione” bensì “rievocazione”. Il successo fu immediato fin dalla prima messa in scena nel 1982. Quest’anno, per il Centenario, si è deciso di alternare la mia Aida storica con la versione innovativa del gruppo catalano La Fura Dels Baus. arena

Parlando di Arena, lei è molto legato alla città di Verona, ma vive a Milano da molti anni. Cosa le manca della sua città e cosa invece apprezza del capoluogo lombardo?

A Milano arrivai dopo undici anni di grandi successi internazionali con lo Stabile di Torino. Lasciai Torino per Verona, incaricato di rilanciare l’Arena. Con la città scaligera ho un legame molto forte, ci sono nato e ci ho lavorato parecchio. Decidemmo di venire a Milano con mia moglie negli anni prima di girare il Mosè. Il Piccolo è sempre stata la mia seconda casa teatrale fin dai tempi di Grassi.

A Milano lei è legato anche dal rapporto con i giovani: quelli a cui insegna allo IULM e gli artisti del Piccolo Teatro; che rapporto ha con le nuove generazioni?

Per quanto riguarda gli attori ho avuto molte soddisfazioni. È molto buona la qualità, il mio unico rammarico è che il Piccolo non sia un teatro stabile a tutti gli effetti. Una compagnia stabile non esiste come invece accade nel resto d’Europa. Si dice per mancanza di mezzi. Ma forse per mancanza di volontà. Cosi quando coi ragazzi si crea una buona compagnia, subito si disperde.

Quanto è stato importante per la sua formazione artistica e professionale frequentare un contesto europeo? A quale esperienza è legato in maniera particolare?

Direi che ha avuto un’importanza sostanziale! La fortuna più grande è stata aver vissuto a Parigi negli anni ‘48-‘49 il lavoro del teatro Marigny di Jean-Louis Barrault che era un grande maestro e aveva una magnifica compagnia: vi rimasi un anno e questo mi permise di irrobustirmi molto. Recentemente sono stato in Slovacchia, in una cittadina non molto grande ma con teatro stabile e d’opera, questo mi commuove! Il pubblico assiste agli spettacoli e quando cala il sipario nessuno si alza finché non è finito l’ultimo applauso.

Lei è presidente del comitato scientifico dell’Istituto internazionale dell’opera e della poesia (IIOP); che posto hanno questi due generi nella cultura e nella società italiana? Quali saranno le prossime iniziative dell’ente?

L’opera ha una buona presenza nella cultura del pubblico, anche a livello popolare. La poesia ha un ascolto minore anche se fra i giovani avverto un certo interesse. Una cosa che in Italia non esiste è l’abitudine alle recite poetiche. È molto raro: noi ci proviamo. Abbiamo organizzato iniziative per il centenario di Pascoli e D’Annunzio, anche con risultati buoni. Per questo penso che si dovrebbe insistere. Quest’anno il 5 dicembre a Verona tenteremo una giornata dedicata Vittorio Sereni. Un vero poeta, anche se difficile. Non è notissimo, è un rischio ma vale la pena tentare.

Nei suoi spettacoli lei ha spesso portato in scena storie di grandi uomini e grandi vicende umane (con “Il terrorista”, la resistenza ma anche “Se questo è un uomo” di Primo Levi), quale l’ha segnata di più?

Per me gli anni della Resistenza sono stati cruciali. Anche Primo Levi fa parte di questo mondo. Resistenza vuol dire anche persecuzione ebraica, lager: una battaglia ancora viva. In Europa l’antisemitismo è ancora forte. L’ebreo è visto come diverso: nei paesi “biondi”, l’ebreo “bruno” è temuto. Spesso vivo in Ungheria per lavoro, e qui si sente una presenza ebraica molto forte che a volte è vista come un’intrusione culturale e economica. Questo è inquietante e drammatico.

Lei ha vissuto periodi storici molto diversi fra loro e chissà quante volte ha sentito parlare di “crisi”, un termine che anche oggi si usa per descrivere un mondo apparentemente senza più prospettive soprattutto per i giovani. Che cosa direbbe oggi a uno studente universitario che deve decidere che direzione dare alla sua vita?

Non è mai esistito un “regalo” fatto ai giovani. Nei periodi più drammatici per certe élite giovanili era forse più facile emergere. Però è sempre un discorso di qualità e coraggio. Di decisione. Un giovane deve avere la forza di imporsi; nessuno ti regala niente. Chi è al potere cerca di mantenerlo. Se ci sono dei grandi rivolgimenti si aprono spazi ma oggi anche se la democrazia traballa non ci sono cambiamenti in prospettiva. Un giovane deve avere coraggio! Oltre alla volontà ci devono essere qualità, entusiasmo e una certa freddezza di calcolo: la strada è complessa.

E’ arrivato a ben 89 anni e vanta una ricchissima carriera. C’è qualcosa che vorrebbe ancora realizzare? Un sogno nel cassetto?debosio 2

Per fortuna sì! Un progetto che mi assilla, riguardo l’opera, è il Mosè di Rossini che vedrei perfetto per l’Arena di Verona. E poi la Maria Stuarda in Slovacchia nel 2015, se la salute me lo permette! I novant’anni saranno un bel traguardo: a Verona ci sarà una settimana dedicata a me, con diverse giornate di letteratura, poesia e cinema dal 15 al 20 settembre 2014. Ecco, quindi siamo in piena attività! Finché mi diverto cosi tanto a lavorare coi ragazzi non mi pesano nemmeno le ore di lezione.. un po’ di allegria aiuta!

Il regista si alza, ci spostiamo in salotto ma non smette di raccontare. Di Burt Lancaster sul set del Mosè e della sua preparazione maniacale prima delle riprese; di quando suo figlio ragazzino giocava a rincorrersi con il figlio del grande Anthony Burgess, sceneggiatore del film, su e giù per l’ascensore del Grand Hotel di Gerusalemme. È stata una domenica straordinaria: alla fine dalle finestre entra anche il sole.

 

 

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