Il Cinema Ritrovato: Big Eyes di Tim Burton

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Big Eyes, grandi occhi, occhioni, strumento solleticato dal Cinema, “particolare anatomico ingigantito come frittelle” dall’arte di Margareth Keane, pittrice al centro di questo film di Tim Burton uscito nelle sale nel 2014 e che non ha mai sbancato al botteghino.

Una pellicola biografica su un’autrice da uno dei più noti autori del cinema contemporaneo. Anni ’50, Margareth (interpretata da Amy Adams) scappa dal marito con la figlia. Si lascia alle spalle un paese terribilmente ordinato (stile villette di Edward Mani di Forbice) e ha solo la sua piccola, una vettura sgargiante e il suo talento. Quanto basta per ridare un nuovo tratto alla sua vita che inciampa nella verve affabulatoria di Walter (Christoph Waltz), agente immobiliare col sogno di dipingere ma senza l’abilità. Sa vendere molto bene, e con gli strumenti della persuasione da manuale, riuscirà a farsi attribuire la paternità delle opere di Margareth che diventerà sua moglie. Quei “trovatelli” dagli occhi sproporzionati saranno venduti in tutto il mondo sotto falsa firma, fino a quando la loro vera autrice non si ribellerà.

Tim Burton è sicuramente uno degli autori occidentali più originali degli anni ’90. C’è il cult Big Fish ma anche una sequela di remake (La fabbrica di cioccolato, Alice in Wonderland) e auto-remake (Frankenweenie) che poco hanno aggiunto alla spinta motrice e creatrice di colui che ha partorito filmoni come Edward Mani di Forbici o due Batman indimenticabili. Stavolta il Burton di inizio 2015 si sveste dei costumi accentuati, dell’animazione a tutti costi per creare un mondo più “normale”, solo con i tratti della “a-normalità”.

Se in diversi si chiedono se questo è un film burtoniano o meno, la risposta non è difficile: lo è anche se la mano del regista stavolta è semi-invisibile. Lo è perché ancora una volta Burton indaga la sproporzione, non siamo davanti a freak appariscenti come nei lavori precedenti ma Emily è una diversa in un mondo omologante. È una donna che lascia il marito in un’epoca dove divorziare era impossibile, pratica avversa alle fiamme della morale comune. È diversa perché ciò che dipinge non è astrattismo né figurativismo ma, appunto, sproporzione. Occhi grandi su corpo di bimbo. D’altronde per essere soggetti che vedono più in là, ed Emily è una pioniera del Femminismo, bisogna avere un paio di occhi grandi, lungimiranti.

Pur se il suo personaggio dimostrerà forza, Burton, la disegna come una donna bloccata nel fondo della sua fragilità avviluppata nelle grinfie di un marito furbo, imbonitore e cattivo. Un Christoph Waltz che interpreta un ruolo molto ai tarantiniani Bastardi senza gloria o Django Unchained.

L’impressione è quindi che Burton semini nascondendo la mano. Il film vive al di là di lui: è una buona storia, con una perfetta sceneggiatura, due ottimi attori e una confezione impeccabile (è la “sua” squadra: lo scenografo Rick Heinrichs, la costumista Colleen Atwood, il direttore della fotografia Bruno Delbonnel e il musicista Danny Elfman).

Non è una svolta epocale, ma un gioco a nascondino. In definitiva Big Eyes sta a Burton come il dipinto sta alla Keane. Con la differenza che la paternità, nel caso del film, resta dubbia fino alla fine.

A cura di Marco Teruzzi

 

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