Una Casa di bambola – in costruzione –

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Lavori in corso. Il salotto della Casa di bambola messo in scena da Andrèe Ruth Shammah è ancora in fase di costruzione e, vedendo lo spettacolo alla seconda serata di rodaggio al Giuditta Pasta di Saronno, si percepisce che fino all’ultimo giorno di repliche al Franco Parenti sarà tutto in fieri. I cantieri, in Italia, sono proverbialmente lunghi. È sicuramente uno spettacolo atteso, forse davvero il più atteso dell’anno come è stato detto alla conferenza stampa. Lo è non solo per i nomi coinvolti, Shammah e Timi in primis, ma anche per quello che vi ha orbitato attorno nelle settimane passate. Prove aperte al pubblico, pillole video sui profili social del Teatro, discussioni e scambi di impressioni man mano che le prove procedevano, molto contenuto extra, molto dietro le quinte. Una campagna pubblicitaria e di marketing mutuata dal mondo dell’audiovisivo contemporaneo. Con le aspettative però, proverbiali armi a doppio taglio, una volta che le si è create e alimentate bisogna conviverci, e lo scontro tra queste e la realtà del palcoscenico è ancora incerto.

Il dramma di Ibsen, interpretato per decenni come baluardo del femminismo e della rivendicazione di un’identità femminile mai costruita, perché sempre tarpata e ingabbiata, vuole essere nelle intenzioni della regista ribaltato. Un cambio di prospettiva che metta sotto la lente del giudizio della comunità proprio quella Nora che ha raccolto per anni il consenso di tutti, relegando il marito al ruolo di burbero e dispotico padrone della gabbia dorata, burattinaio della Casa di bambola. L’Uomo messo in scena dalla Shammah non è più quello della borghesia ottocentesca, ma quello nato e cresciuto negli anni successivo al Femminismo, alle prese di posizioni e alle rivendicazioni femminili. È un Uomo, di cui Torvald è il simbolo, innamorato, premuroso e pronto ad accontentare i capricci della propria moglie. Un Uomo che per questi motivi diventa il personaggio abbandonato, la vittima della casa, la marionetta i cui fili sono tirati dalle delicate e sapienti mani di Nora. È l’Uomo che, come ha dichiarato a regista, si è visto togliere il proprio ruolo domestico, privato dell’identità dalla Donna che è partita alla ricerca della propria.

Può questo Uomo prendere vita nelle parole di Ibsen? Nei gesti che il drammaturgo norvegese fece compiere al Torvald del suo tempo? Non è ancora chiaro. La distanza tra il personaggio originario e quello interpretato da Filippo Timi c’è, eppur devono condividere le stesse battute, le stesse dinamiche, gli stessi abiti. Che in alcuni momenti non calzano a entrambi. Perché la piccola Hedvig dovrebbe aver paura di un padre così all’apparenza amorevole e lontano da qualsiasi eccesso d’ira o autorità? Eppure, intimorita, di fronte a lui perde la parola, come previsto dal testo.

Il confronto fra le due sensibilità, quella maschile e quella femminile, si consuma fra marito e moglie. Agli altri due personaggi che Timi ricopre, è imputato soprattutto il compito di far procedere la trama (Krogstad) e di dare a Nora elementi per prendere coscienza di sé (Dottor Rank). Ma la Nora di Andrèe Shammah ha davvero bisogno di prendere coscienza di sé? Forse già la possiede, già sa di essere lei a manipolare, a guidare, a orchestrare, a forzare blandendo, e non il contrario. Sa che il suo mostrarsi debole, delicata, bisognosa di attenzioni e anche un po’ sbadata le farà ottenere ciò di cui ha bisogno. È quindi opportuno ricordare, mentre si guarda lo spettacolo, un’altra osservazione fatta dalla regista: le donne fragili possono incontrare molti più privilegi, perché sempre troveranno un uomo disposto a proteggerle. Nora è fragile, leziosa, soave nei movimenti e nelle parole (e chi meglio della Rocco in questo ruolo), ma decide di esserlo. E si arrabbia quando qualcuno –tutti- le danno della bambina, della allodola, della creatura delicata. Lei in realtà sa fare, sa badare a se stessa, sa trovare il modo di recuperare i soldi necessari alla guarigione del marito. Anche a costo di compiere una truffa, un reato.

Ma tutto questo deve restare un segreto fra sé e sé, segreto che permette a lei e al marito di proseguire nella manieristica recita che è il loro matrimonio, dove ognuno segue il proprio percorso, in quell’ equilibrio di responsabilità e aspettative che costruisce attorno a entrambi la loro casa di cristallo, vetrina dorata. Il dramma dell’abbandono, della partenza della moglie, della madre, si consuma nel momento in cui le attese di Nora vengono deluse dal marito. Lei, ricattata da Krogstad, nell’aspettare che la sua truffa venga scoperta, nell’attendere che il suo errore, ma insieme merito venga scoperto, sogna il gesto di estremo amore dell’Uomo, che in quanto suo protettore, suo ammaestratore, si sacrificherebbe per lei, addossandosi la colpa del suo illecito. «La cosa meravigliosa». Ma così non sarà: scoperta la verità per Nora c’è solo il giudizio e la condanna, non la riconoscenza. Torvald pensa alla reputazione e ripudia la moglie. Alla fine, una volta sventata la denuncia e quando tutto sembra tornare al suo proverbiale equilibrio, è la delusione a piombare su di lei, anziché il sollievo. La recita crolla, le maschere cadono e Nora non trova più motivo di proseguire sotto l’ala protettiva di Torvald, che protettiva non è. Sorda alle sue preghiere e alle sue promesse (NORA: Guardami come sono: non posso essere tua moglie. TORVALD: Ma io ho la forza di diventare un altro. NORA: Forse, quando non avrai più la tua bambola.) se ne va, per costruire quella identità che aveva covato nel suo intimo, ma mai coltivato. Torvald resta solo, abbandonato, senza neanche capire perché, senza neanche capire quando ha smesso di essere amato.

Davanti a un conflitto che ancora deve trovare le giuste sfumature per andare in scena nel modo più efficace possibile, siamo in attesa di vedere gli attori prendere confidenza con abiti così apparentemente leggeri e superficiali quanto in realtà di una complessità investita di nuovi significati e interpretazioni dalla Shammah. Timi, lontano dalla esuberante fisicità delle sue regie, è qui in una veste inedita, non più istrione, non più esotico animale da palcoscenico da ammirare da lontano, ma “uomo semplice”, a nudo di fronte a un pubblico che lo può sentire ormai simile a sé. Con le conseguenze, positive o negative, del caso.

Una Casa di bambola e la sua regista richiedono allo spettatore un’attenzione costante e un ascolto partecipe, che devono però superare la prova di una durata non indifferente e a cui si è difficilmente abituati. La regia resta quasi sempre fedele al testo ibseniano, riconfermando la volontà di vicinanza filologica all’autore. In questa direzione anche l’inserimento della misteriosa figura del Destino, donna di nero vestito che prende vita sul palcoscenico come contrappunto simbolico ai personaggi principali e che è raffigurata in alcuni bozzetti di Munch. Muta, evanescente, di difficile interpretazione, si tiene distante dalle vicende, ma le conosce, forse le giudica. Un’ombra che aleggia nella casa, ma a cui ancora va dato una collocazione chiara e significativa. Lavori in corso, in attesa del debutto a Milano il 28 gennaio.

Una Casa di bambola, dal 28 gennaio al 24 febbraio, Teatro Franco Parenti.

Traduzione, adattamento e regia di Andrée Ruth Shammah

Con Filippo Timi e Marina Rocco

A cura di Francesca Bonfanti

 

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