Boombox meets…After Crash

384

Il nuovo anno si è aperto con l’uscita dell’album d’esordio di una delle realtà più interessanti del panorama musicale indie italiano. Loro sono gli After Crash, progetto di Francesco Cassino e Nicola Nesi, due amici partiti da Bologna ma con un importante vissuto a Londra. Il disco d’esordio, #Lostmemories, già dal titolo vuole mandarci in una precisa direzione: sono i ricordi quelli che ci rendono chi siamo, piacevoli o meno che siano. La loro musica infatti è evocativa, suscita emozioni personali in chi la ascolta e non si ferma alla mera apparenza del suono, va oltre. È una musica in grado di creare immagini e ciò è dovuto all’esperienza dei due nel mondo delle colonne sonore e del cinema indipendente. Possiamo definire #Lostmemories come un album post pop, elettronico, con alcuni brani che strizzano l’occhio al glitch, altri al post rock. Fatto sta che la loro è una musica reale, vissuta, che trae linfa dalle emozioni condivise da due amici nell’arco di tanti anni insieme. È una musica per tutti ma non per chiunque, si ascolta col cuore prima che con la testa e solo dopo diversi ascolti la si può fare propria. Alla fine di tutto, ciò che emerge è una sensazione di positività. D’altronde da due ragazzi che citano tra i propri ispiratori Platone e il gin tonic non ci si può aspettare qualcosa di banale. Ci siamo subiti innamorati di questo progetto e noi di Vox non potevamo perdere l’occasione di intervistarli: ecco qua la nostra chiacchierata in occasione della tappa d’esordio del loro tour al Kessel di Cavriago, dove ci hanno raccontato del loro percorso e di come vedono la scena live italiana alla luce anche dell’esperienza londinese.

After Crash nasce nel 2005. Qual è stato il vostro percorso in questi dieci anni precedenti alla realizzazione dell’album?

N: Il primo incontro è avvenuto in realtà nel 2003, ci siamo incontrati ai tempi del liceo e da lì abbiamo iniziato a frequentarci. All’epoca suonavamo entrambi in diverse band, ma avevamo background differenti: io facevo più funk, lui invece suonava in un gruppo punk. Francesco in quegli anni suonava la batteria in una saletta della sua vecchia casa vicino alla stazione e al pomeriggio ci trovavamo da lui per passare del tempo insieme. Facevamo anche qualche jam tra amici, io suonavo il basso. Il passo successivo è stato quello di iniziare a passarci dei dischi e il disco che ha rappresentato la prima svolta per entrambi è stato Ok Computer dei Radiohead. Quello è stato un primo ascolto elettronico, o comunque il primo di un genere diverso rispetto alla musica che facevamo e ascoltavamo in passato.

F: Non lo diciamo spesso, ma una svolta veramente importante è stata anche nel 2006 quando un mio amico mi ha passato Fahrenheit Fair Enough dei Telefon Tel Aviv, un album solo elettronica, a differenza invece dei Radiohead che sono ancora ibridi. In questo album abbiamo sentito suoni mai avvertiti prima e ci ha influenzato molto a livello musicale; nella nostra musica infatti si sente qualcosa dei Telefon Tel Aviv. Lì probabilmente è avvenuto il nostro vero incontro con l’elettronica. Abbiamo iniziato così a fare musica utilizzando Fruity Loop e a passarci le prime basi, ma erano ancora i tempi del liceo e lo faceva in maniera amatoriale. Nel 2008 poi, una volta diplomati, abbiamo deciso di prenderci un anno sabbatico insieme a Londra perché non sapevamo bene cosa fare; da allora Londra è diventata casa nostra perché abbiamo fatto la laurea triennale lì in produzione e composizione musicale, poi la specialistica. Il fatto di sentirsi legittimati a suonare anche come motivo di studio ha agevolato molto il progetto After Crash; di fatto suonavamo sempre, sia per l’università che non. Londra e l’ambiente londinese ovviamente ci hanno influenzato molto in quegli anni.

Arriviamo poi a gennaio 2016, ovvero all’uscita di #Lostmemories. Mi sono segnato una citazione di Delplace, canzone del vostro album: “vivere fuori dalla passioni, nell’armonia dell’opera d’arte compiuta”. Vi chiedo che pensiero, che concept c’è in questo album? Inoltre sentite di aver raggiunto con la vostra opera un’armonia, di suscitare distacco in chi la ascolta, come invita a fare Delplace?

N: #Lostmemories è un disco che parla di tante cose che vengono raggruppate insieme con una chiave di lettura che è la forma del ricordo, non in maniera nostalgica, ma il ricordo viene esaminato in tutta la sua entità, sia bello che brutto. Il messaggio del disco però è una carica positiva di vita; di fatto tutti abbiamo avuto delle sfortune, delle delusioni, dei distacchi, delle persone che se ne vanno, oppure tutti abbiamo commesso del male a qualcuno, dato che non siamo persone perfette. Sono i percorsi di vita. Ogni canzone ha una storia a sé ma è legato al ricordo, è un disco speranzoso e che vuole fare compagnia. Si può dire che è un album per persone sole e noi lo abbiamo voluto fare per le persone che in certe situazioni si sentono poco appoggiate da altre. In qualche modo è un album che ti vuole accompagnare nei problemi della vita.

F: Non è musica da sottofondo, è una musica da cuffie, molto personale, è un viaggio tra te stesso e quello che ascolti, è musica che vuole stimolare il pensiero. Noi non abbiamo pensato mentre facevamo il disco di rifarci ad un ideale di armonia, ma è di sicuro qualcosa che emerge dal nostro album.

“After Crash is about love and friendship”. Temi centrali sono l’amore, l’amicizia, le persone. Alla luce della vostra esperienza londinese e partendo dalla canzone che apre l’album, We Leave, cosa può dire la vostra musica su queste questioni in un’epoca di relazioni più fragili?

N: A titolo personale, quindi parlo della mia storia legata però a quella di Francesco, il fattore del distacco da casa e dagli affetti non è stato subito facile. A 18 anni tutto è nuovo e bello, però sei ancora piccolo per trasferirti in una realtà come Londra. Noi abbiamo avvertito questa sensazione di mancanza di casa, delle abitudini e il fatto di sentire gli amici che avevi lasciato che si iscrivono all’università e parlano di cose a noi sconosciute non ci aiutava. Per questo motivo abbiamo composto e fatto musica con un certo senso di fratellanza, per farci compagnia, per condividere degli stati più malinconici verso gli affetti lasciati e per farlo tra di noi. In sette anni di convivenza abbiamo vissuto insieme molte emozioni e, unito al fatto che entrambi la pensavamo quasi uguale su molte cose, siamo riusciti a comporre della musica che ci rispecchia molto. È una musica vissuta, parla di noi, sebbene le nostre canzoni non abbiano un testo.

F: Il fatto di non scrivere dei testi è stata una nostra scelta e penso che il nostro approccio sia molto libero. Se tu racconti una storia tramite il testo limiti l’immaginazione di chi la ascolta perché dici che le cose stanno in un certo modo. Il fatto di non essere vincolati al limite del linguaggio di un testo o di storie precise invece lascia molto spazio all’immaginazione in chi ascolta. Io magari scrivo un pezzo pensando a qualcosa e tu quando l’ascolti puoi pensare ad altro e farla tua come canzone. Per questo ritengo che la nostra sia sicuramente una musica evocativa, poi quello che evoca è personale.

So che avete collaborato col cinema indipendente. Mi piacerebbe chiedervi qualcosa sulla vostra esplorazione in questo mondo e quanta contaminazione c’è stata tra musica e cinema nel vostro progetto.

N: Sì infatti prima è stata citata Delplace, il cui titolo è un omaggio ad un personaggio di un corto autoprodotto di un regista di Bologna per il quale avevamo realizzato un motivo. Per questo la pronuncia è francese come il personaggio, non inglese come molti pensano. Il tutto è iniziato in Inghilterra perché quando frequentavamo la laurea triennale abbiamo dato degli esami di musica per film e colonne sonore. Poi quando abbiamo fatto il master a Londra abbiamo conosciuta una ragazza che si chiama Nina che, oltre ad essere diventata una nostra grande amica, è una bravissima arrangiatrice. Ormai è da 4 anni che collaboriamo con lei e ci ha dato una mano anche nel disco: i pianoforti di #Lostmemories e gli arrangiamenti archi di Leica li ha suonati lei. Attraverso alcuni suoi contatti siamo poi riusciti ad andare a Berlino l’estate scorsa per la premiere di un film che è stato selezionato anche per la parte indipendente del festival di Venezia di quest’anno. Con lei abbiamo sempre curato musica per piccole pubblicità e documentari e dobbiamo dire che questo lato a noi piace molto dato che entrambi apprezziamo il mondo delle colonne sonore; a dire il vero noi saremmo più concentrati in quell’ambito lì invece che nell’ambito disco della band. Il disco è stato fatto perché avevamo tantissimo materiale accumulato nell’arco di 10 anni, ma non abbiamo mai avuto l’intento di fare musica per una band. La musica per noi era più una cosa da cameretta, ci piaceva comporre delle canzoni che sentivamo nostre e che facevano tra di noi. Ora con #Lostmemories le cose sono ovviamente cambiate, ma a noi non interessa diventare un rock band sempre in tour.

F: Sì la nostra band è un po’ atipica perché siamo io e lui uniti da un’amicizia e entrambi condividiamo la passione per ascoltare e soprattutto fare musica. Semplicemente ci siamo ritrovati nella stessa casa a far canzoni e ci piaceva fare musica per noi; per questo penso che non siamo una vera e propria band, siamo più da studio perché abbiamo sempre scritto le cose in maniera personale. A noi non piacciono molto i riflettori e le vetrine, non per pregiudizi, ma semplicemente perché è il nostro sentire; infatti apprezziamo il cinema dato che è una grandissima macchina dove si lavora tutti insieme e quello che conta è la gente che ci lavora dietro. Ci piace molto assecondare la parte che sta dietro, alla fine è quella che conta.

Vi chiedo un giudizio sulla scena musicale italiana, in particolare quella indipendente legata alla zona di Bologna, dato che fate parte del Collettivo HMCF.

N: Essendo stati la maggior parte del tempo via, la scena italiana iniziamo a viverla adesso in prima persona e, per ovvi motivi, l’abbiamo sempre vista da fuori. Secondo me di roba valida ce n’è tantissima, ma subentrano dinamiche strane e si fa sempre fatica a farle emergere e promuoverle. Penso però che dal punto di vista musicale non abbiamo nulla da invidiare ad altri paesi. Il Collettivo HMCF sta facendo un ottimo lavoro perché ha avuto una presa di coscienza al riguardo e si vuole imporre nella scena indipendente facendo sentire chi ha roba da dire, con un catalogo molto vario e con progetti diversi. Nel giro di un paio di anni si potranno ritagliare il loro spazio, anche se nel mondo musicale c’è spesso, di fatto, una guerra tra poveri.

F: L’unica critica che posso muovere alla scena italiana rispetto alla nostra esperienza londinese è che per certi versi in Italia vanno avanti sempre i soliti, gli amici degli amici, e per sfondare sembra che devi avere delle conoscenze. Il discorso è il seguente: dai spazio ad un particolare artista perché ha la tal etichetta o tal agenzia di booking. Non vogliamo fare gli esterofili a tutti i costi, sicuramente anche in Inghilterra è così, però è tutto molto chiuso in Italia, non solo nella musica, ma in molti ambiti lavorativi. Spesso manca l’umiltà in certi comportamenti, mentre bisognerebbe prendere le cose con più leggerezza dato che siamo un paese piccolo. Questo riguarda le realtà indipendenti, nelle quali converrebbe cercare di collaborare affinché possano goderne in prima persona gli artisti stessi. Certi atteggiamenti di rivalità invece non hanno senso e fanno perdere solo del tempo, anche a livello di creatività artistica.

Un’ultima domanda sulla scena della musica live, dei locali e della cultura dei live. Vi chiedo un paragone con realtà straniere e, in particolare, quella inglese.

N: Abbiamo soprattutto esperienza estera, non solo quella inglese. L’Inghilterra non è Europa dal punto di vista musicale, è Inghilterra e basta. Quando si parla poi di Inghilterra l’80% delle volte si parla di Londra. Noi siamo stati anche a Bristol, altra città che ha dato i natali a tanti artisti importanti, ed è una città molto bella con tanti locali. Nei primi anni a Londra abbiamo visto molti locali, sia discoteche che sale da concerto, e ci siamo resi conto che là sono organizzati molto bene, è una macchina che funziona alla grande. Non si tratta solo di Londra per il fatto che è una città grossa e offre più opportunità, ma è un fattore culturale. Da loro negli anni ‘60/’70 sono usciti dei gruppi che hanno fatto la storia della musica, in primis i Beatles, e per questo è nata una cultura discografica prima ancora degli Stati Uniti. Berlino è un’altra città che adoriamo e anche lì c’è da divertirsi, offre tantissimo perché ha forse più magia dal punto di vista artistico.

F: Dal punto di vista personale invece siamo andati a suonare in Germania e anche lì sono delle macchine. Fonici bravissimi che montano tutto in 20 minuti, molto professionali. Abbiamo suonato anche in Norvegia, ad Oslo, in un festival organizzato autoprodotto dove si suonava sparsi tra diversi centri sociali nel centro della città. Basti pensare che una cosa del genere è stata finanziata dal governo, ciò vuol dire che si investe molto nella musica e nella cultura. Dal punto di vista invece del pubblico non notiamo una grandissima differenza tra quello italiano e straniero. C’è da premettere che noi siamo molto timidi, anche quando siamo sul palco, e non c’è una forte empatia e alchimia con il pubblico. Tendiamo a chiuderci, non diciamo niente e molte volte non guardiamo nemmeno perché ci piace concentrarci sulla nostra musica. Abbiamo sempre avuto però una buona ricezione, abbiamo notato spesso persone molto coinvolte. L’unica critica che possiamo fare è che in Italia alcuni vanno al concerto non tanto per la musica, quanto per fare serata, quindi non sempre tutta la gente presente ti segue con attenzione.

A cura di Alessandro Melioli

Commenti su Facebook
SHARE