Wilco @ Fabrique (Milano)

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The Cash Machine are blue and green” canta Jeff Tweedy, ed è subito un colpo al cuore con Ashes of the American Flag, una delle più belle canzoni dei Wilco.

Il Fabrique è molto pieno, fa piacere vedere come il gruppo americano accompagni diverse generazioni con la propria musica, dai più giovani fino ai 60enni che dalle retrovie con un’improbabile superbia commentano il fisico non più longilineo di Tweedy, che negli ultimi anni (sarà l’esperienza) ha acquisito un certo peso morale e fisico.

Mentirei se non dicessi che erano molti anni che aspettavo questo concerto. Sarebbe dovuto essere il tour di Star Wars (il loro nono album in studio), come annunciato esattamente un anno fa, ma nel frattempo hanno pensato bene di comporre e pubblicare un altro album: Schmilco. Di quale tour faccia parte il concerto che ho appena visto credo sia uno dei misteri per cui la mia vita non troverà risposte. Ma questo poco importa: gli Wilco sono a Milano e precisi alle 21 sono sul palco, dove è allestita una scenografia particolare che immerge il gruppo in una foresta che cambia atmosfera da canzone a canzone.
Quelle che seguono sono due ore di lunghissime e continue emozioni che cercherò di riassumere in breve.

Con band di questo calibro è superfluo soffermarsi sulla loro professionalità, ma è impossibile non rimanere a bocca aperta di fronte a uno spettacolo del genere: poche volte ho assistito a una tale prestazione corale della band, quasi un’orchestra.
C’è il leader indiscusso Tweedy, che insieme al bassista Stirratt sono il nucleo fondamentale della band dalle origini; c’è Nels Cline, che con qualunque tipo di chitarra riesce sempre a creare delle sonorità e atmosfere di un altro mondo, anche grazie alla sua infinita e molto ricercata effettistica. A ognuno i suoi meriti, ma è da sottolineare come nessuno, nemmeno il turnista, sia superfluo all’interno di questa opera collettiva che è il concerto dei Wilco.

La resa live di alcune canzoni degli ultimi due album mi ha fatto ricredere completamente del giudizio incerto che avevo su di loro (vedi per esempio Random Name Generator o Normal American Kids), per non parlare delle nuove vesti di alcune loro canzoni storiche come Misunderstood, più contenuta e acustica rispetto alla classica versione live.
Su Impossible Germany c’è solo da spalancare il cuore e cantare forte, l’assolo del buon Nels (a mio avviso uno dei più begli assoli mai realizzati) fa tutto il resto.

È incredibile vedere e sentire come Tweedy e compagnia prendano quello che di più folk c’è dell’America, canzoni apparentemente semplici, e le stravolgano fino all’inverosimile. Ne è la dimostrazione Via Chicago, dove in alcune strofe, mentre tutto il resto della band quasi distrugge i propri strumenti, Tweedy e Stirratt continuano a suonare e cantare come se nulla stesse succedendo.
Due bis, tra i quali ci scappa anche una sentitissima I Am Trying to Break Your Heart. Visto che hanno iniziato con una delle più belle, la chiusura non poteva che essere un’altra sorpresa: A Shot in the arm.

Piano, senza far rumore something in my veins bloodier than blood.
È successo qualcosa riassumibile nelle parole di Tweedy, che interrogato da una fan delle prime file sulla scottante attualità americana, ha risposto:
A lot of good will come out of what happened in America. Really. It’s catastrophic but now many of our friends are looking each other saying: what can we do? What can WE do. Not someone else. And believe me, this is way better than how it’s been for a long time. There’s still righteousness, justice and beauty in the world.

Ciao Wilco, alla prossima.

A cura di Giovanni Pedersini

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