Macinare ancora una volta tanti kilometri per qualche ora di musica e non rimanerne mai delusi.

Tutto nasce dal lieto avvento in Italia dei We Lost The Sea, gruppo post-rock australiano, accompagnati in tour dai connazionali e amici Meniscus, entrambi gruppi che per gli amanti del genere non passano inosservati. Tra le tre date italiane con due fedeli compagni eleggiamo Misano, che un weekend al mare non è mai una pessima idea.
Complice il non necessario ma rituale bagno di arrivo in una località marittima arriviamo in tempo per gli ultimi tre pezzi dei viterbesi The Chasing Monster, reduci da un tour europeo niente male. Complimentandomi con loro scopro che saranno a Milano il 9 Luglio ad aprire i God is An astronaut, un ottimo motivo per arrivare presto ve lo posso garantire.
Credo sia necessario fare una nota di merito ai ragazzi del Wave, il bel locale che ha ospitato l’evento: un concerto di musica strumentale richiede sempre un’attenzione maniacale ai dettagli sonori e nel corso di tutta la serata non c’è mai stata una sbavatura, il che ha permesso una perfetta fruizione di tutti i gruppi.
Cambi palco velocissimi, qualche cenno e via senza troppe pose.
Durante i Meniscus rimango stupito della quantità di suoni che un trio riesce a creare.
Fidatevi, non basta una pedaliera ben fornita per fare quello che il chitarrista riesce a fare con estrema naturalezza.
Valanghe di loop che giro dopo giro con ritmi serrati arrivano dove all’inizio non ti saresti mai immaginato.
A mezzanotte e mezza i sei We lost The Sea sono sul palco, stipati per la loro stazza non indifferente.
Rispetto al concerto martellato dei Meniscus, propongono un post rock più riflessivo, più vicino agli Explosion in The Sky che ai Russian Circle, a tratti con sfumature jazz.
Godimento. Siamo stanchi, abbiamo fatto quattro ore di viaggio e ascoltare un concerto strumentale all’una di notte non è certo la cosa più facile.
Ma c’è qualcosa di diabolico e estasiante nel ripetersi ciclico di quattro accordi per cinque sette nove minuti o quanto decide di durare un pezzo.
I pezzi nascono da un riff semplice e crescono senza fretta tra gli incastri delle tre chitarre. Come un treno lento procedono gradatamente e quando meno lo si aspetta si è già travolti. C’è da rimanere spiazzati quando sembra che abbiano raggiunto il culmine e ancora superano i picchi già alti con muri di suono che fanno letteralmente vibrare (non è una metafora, per davvero). Alcuni brani che dal disco non avevo molto apprezzato hanno una resa live straordinaria: è necessario esserci, penso.
Andiamo via dal Wave col cuoricino pieno.
In termini prettamente economici per me la musica è e forse continuerà a essere un investimento a perdere, ma mentre mangiamo un bombolone alla crema alle tre di mattina mi fermo e mi chiedo se ancora una volta ne è valsa la pena. Che sia Parigi o Misano decisamente sì.
Foto a cura di Fabio Copeta
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