WARHOL

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Il ritorno a Milano in collaborazione con la Brant Foundation

a cura di Edoardo Donati

Andy Warhol torna a Milano presso Palazzo Reale e lo fa in grande stile. Un ottimo allestimento e una collezione unica per la celebrazione dell’“Autunno Americano”. Il primo eccellente grazie a Tosetto, la seconda d’eccezione, raccolta negli anni da Peter Brant, intimo amico dell’artista e fin dagli inizi suo estimatore.

Curata da Francesco Bonami, la mostra riesce nel difficile compito di essere multidimensionale: racconta l’opera, ma anche l’autore e un’amicizia. Il viaggio comincia con un velo/schermo al centro di una sala: nasconde qualcosa al di là, dietro le immagini della factory proiettate senza sosta. 1624228_405935712876006_1761670321_nQualcosa che Brant e Bonami desiderano svelarci prima di approdare dall’altro lato. Proseguendo si intuisce presto che la mostra si muove su binari paralleli. L’opera dell’artista è il tema portante e la sua costante è l’evoluzione: dei soggetti, delle tecniche e dei significati. Un altro tema è più intimo e singolare: il rapporto di collaborazione reciproca, di amicizia e ispirazione che lega Warhol a Brant. Ci dice che l’opera è sì la protagonista, ma è riflesso di qualcosa di più del solo genio dell’artista polacco, perché esito e forma di un confronto continuo tra lui e la società e i suoi valori (e dunque tra lui e gli individui che la compongono), ovvio e imprescindibile presupposto all’elaborazione della sua critica complessa e articolata al prodotto e al suo consumo, ma anche al ruolo dell’artista. Si innesta qui il terzo fil rouge, la factory, luogo di confronto, ispirazione e produzione, che trova nuova importanza.

Lungo tutto il percorso la storia di un’estetica singolare (che qui è tentativo di indipendenza da una poetica) è sviluppata in una serie ricca e straordinariamente significativa di opere: lo stesso Bonami ci accompagna attraverso l’audioguida (compresa nel prezzo), commenta e occasionalmente dà voce all’artista attraverso le parole da lui lasciateci. L’artista-robot, i ritratti dei grandi del momento, le Ultime Cene, l’ingigantita e deformata interpretazione dei test di Rorschach, ci arrivano come scorci di una vista più grande, che spiamo scostando un lembo del velo. Si apre anche una dialettica con il contemporaneo Pollock, della cui arte Warhol offre un giudizio inequivocabile nelle Oxidations; l’iniziativa di creare un biglietto cumulativo e conveniente per le due mostre sicuramente suggerisce ai curiosi di approfondirla.

La storia del rapporto con Brant si legge invece nei pannelli che fanno da contorno alla collezione. Un rapporto con l’uomo e con la sua arte, fatto di consigli, apprezzamenti e affetto. Sembra che Warhol abbia ripreso e sviluppato il tema dei Mao proprio su esortazione dell’amico.

La factory si trasforma, si muove ma soprattutto si popola. Seguiamo i suoi trasferimenti, gli avvenimenti cruciali che ha ospitato e assaporiamo l’atmosfera 1779490_405935599542684_1155530260_ncorale e disinibita di cui si impregnava. Perché un’arte “industrale” e “pop” non si può creare da soli e non può prescindere dalla massa cui si rivolge. A volte questa lascia il segno: grande, come il patrimonio della Brant Foundation, o piccolo, come l’ormai celebre foro di proiettile in Blue Shot Marilyn.

Ormai siamo arrivati dall’altra parte, dopo un percorso ricco ma mai pedante. Notiamo che forse il velo non è stato alzato del tutto; una parte del messaggio della controversa icona del dopoguerra americano sembra sia rimasta nascosta, quella che indaga più a fondo – rifuggendo il giudizio, la natura e i valori di una società nuova. Giusto la sensazione che su qualcosa si sia sorvolato, un retrogusto di superficialità. Forse dovremmo liberarcene subito e rifuggire la viziosa polemica per la quale chi critica è “snob” e chi esalta è “pop”. Dopotutto questa è la mostra cui non potremo mai recriminare proprio di essere se stessa, per definizione: “Pop”.

Per saperne di più:
Do you Warhol? – Palazzo Reale

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