Di ritratti di uomini orribili la letteratura americana ne è stracolma, basti pensare agli ‘uomini schifosi’ di David Foster Wallace, agli ebrei ninfomani di Philip Roth, agli alcolisti molesti dei racconti di Raymond Carver e John Cheever; eppure c’è una nuova voce che si inserisce in questo filone letterario deciso ad allargarne l’elenco.

Lui è Joshua Ferris ed è l’autore di “Invito a Cena”, una raccolta di undici racconti edita nell’ottobre 2017 dalla Neri Pozza (pagine 240, traduzione di A. Arduini, euro 17).

Classe ’74, si è fatto conoscere con “E poi arrivammo alla fine”, romanzo-commedia umana sulla vita d’ufficio pubblicata nel 2006, che l’ha consacrato nella classifica del New Yorker tra i ’30 migliori scrittori under 40’. Sempre in tema di classifiche, “The dinner party” (in lingua originale) figura nell’elenco del New York Times tra i 100 migliori libri del 2017.

Tra gli undici racconti, dieci hanno come protagonista un uomo, e dieci sono ambientati a New York. New York è come una madre incauta per i personaggi, i quali, abbandonati a sé stessi, si perdono tra le infinite possibilità che la metropoli offre, vivendo in maniera opprimente il bisogno di vivere qualunque cosa.

Nel racconto ‘La brezza’, a mio avviso tra i più riusciti, una giovane donna si affaccia sul davanzale della finestra, quando un prematuro soffio di vento primaverile le smuove i capelli, aprendo il suo immaginario a un vasto paradigma di possibilità su come potere sfruttare quella brezza: subito vuole andare a fare un pic-nic col marito,  poi preferisce andare a bere qualcosa con le amiche, infine si immagina di andare al parco prendendo la metropolitana, figurandosi di rimanere bloccata e di sprecare la sua occasione, incolpando il marito, e, sempre idealmente, lasciandolo.

Alcuni personaggi delle altre storie sono: un anziano che scappa dalla polizia con una prostituta davanti agli occhi della donna che lo ama e che l’ha appena salvato da un infarto; un uomo che tradisce la moglie e si trova a chiedere al suocero di pagargli il conto al bar; uno sceneggiatore ex-alcolista che ricade nella dipendenza durante una festa alla quale non sa se sia stato invitato.

È interessante come dei suoi protagonisti conosciamo i turbamenti dell’anima, le lacerazioni e disturbi interiori ma non siamo in grado di distinguerne i tratti, non sappiamo il colore dei loro capelli, degli occhi, se siano alti, se si curino o meno. Nella loro anonimità sono persone ordinarie, siamo noi, siete voi.

I personaggi descritti da Ferris arrivano a risultare sgradevoli, meschini, superficiali e nichilisti perché afflitti da una sorta di nevrosi manifestata nei confronti del lavoro, della città, dell’altro, di sé stessi: sono all’apparenza persone orribili a tutti gli effetti, fino a quando non riconosciamo la loro mancanza originale: essere senza uno scopo.

Tutto quello che fa Ferris è mostrare spaccati della vita vera, senza arrogarsi giudizi o soluzioni, fedelmente descrivendo l’american way of life che accomuna questi personaggi, accompagnando la narrazione con un senso di sospensione e precarietà.

 

Di uomini orribili e altre storie: ‘Invito a cena’ di Joshua FerrisQuella descritta dallo scrittore americano sembra rispondere perfettamente alla malattia, individuata per la prima volta nel 1901 da un medico americano, chiamata ‘newyorkite’. Il Dottor Girdner sosteneva che vivere nella grande città per troppo tempo potesse portare una persona alla nevrastenia – l’esaurimento nervoso – manifestandosi dapprima in depressione, disturbi dell’umore e “appetito perverso”, infine in un’unica tensione vitale all’edonismo. Le cause sarebbero l’esagerata ossessione per il lavoro e i soldi, ed il bombardamento incessante di informazioni e di impulsi esterni.

Esemplificative le parole che Ferris pronuncia per conto di un suo personaggio, Joe Pope, un impiegato di Chicago che sta guardando fuori dalla finestra dell’ufficio:

« La curiosità per la sua destinazione si trasforma rapidamente in una specie di invidia priva di oggetto, ma abbinata alla vaga convinzione che altra gente sia più felice e ottenga più di lui dalla vita…Lavorare è difficile se si prova il desiderio di trovarsi là fuori con loro. Dove vanno quelle persone sui sedili posteriori dei taxi? »

In quell’ultima frase riecheggiano le parole di un celebre personaggio della letteratura americana: ricordate «Dove vanno le anatre quando è inverno?», la domanda che turbava il giovane Holden Caulfield? Me lo immagino un po’ così, il giovane Holden-adulto al giorno d’oggi, che con fare insoddisfatto si pregusta su un grattacielo l’amara consapevolezza di essere diventato, come tutti, ipocrita.

Il merito di Ferris sta nel descrivere come possano essere orribili gli uomini con sagacia, applicandola nei suoi racconti tramite una sospensione di giudizio morale. A differenza dei personaggi degli autori citati all’inizio, i suoi non soffrono di menomazioni, né sono circoscritti nelle azioni da un’ortodossia religiosa, ma sono uomini qualunque, privati dalla grande città della loro identità.

a cura di Francesca Faccani

 

Commenti su Facebook
SHARE