Nell’anno in cui Milano sottrae a Torino la carica di capitale dell’editoria, uno dei 12 finalisti del Premio Strega è un libro che già a partire dal titolo omaggia la città della Madonnina. Un’educazione milanese è il racconto spudoratamente autobiografico con cui Alberto Rollo dà la possibilità al lettore di comprendere come i figli del proletariato siano diventati biglie impazzite di una Milano da bere.

Il romanzo muove dall’infanzia di un figlio del meridione adottato da una città piena di possibilità  durante la grande ondata migratoria al nord successiva alla Seconda Guerra Mondiale. Il contesto in cui Alberto cresce è una società composta da operai comunisti e borghesi conservatori. Le vie di Milano sono le coordinate geografiche all’interno delle quali hanno luogo le avventure di bambini anni ’50, il campo gravitazionale in cui si scontrano durante la contestazione esistenze irrequiete prive di strumenti per comprendere e affrontare gli anni inebrianti di inizio seconda Repubblica.

Capita durante la lettura di chiedersi se sia Rollo a raccontare la propria percezione di Milano o forse sia Milano stessa a condizionare le scelte di parole e di immagini effettuate dall’autore. Il capoluogo lombardo in questo romanzo non è il palcoscenico sul quale viene messa in scena la vita di un uomo, Milano sembra essere piuttosto il burattinaio che da dietro le quinte manovra i fili degli indaffarati cittadini che la popolano.

A Rollo va riconosciuto il merito di essere riuscito a comunicare l’importanza che ha rivestito un’Educazione Milanese nella formazione della propria identità. In questi termini il titolo del romanzo non risulta essere un patetico tentativo di attirare l’attenzione di qualche nostalgico della Milano che fu, ma è il giusto tributo ad una città che da sempre riveste un ruolo centrale nel definire l’orizzonte, le radici e le speranze di chi abita sotto il suo cielo inquinato.

A cura di Carlo Michele Caccamo

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