Una chiacchierata con Nicolò Ammaniti

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a cura di Mariangela Rulli

Romano, classe 1966, Niccolò Ammaniti inizia da ragazzo gli studi in scienze biologiche, arrivando ad un passo dal completare il suo percorso accademico, per poi arrestarsi un attimo prima. Si narra, infatti, che la sua tesi non fu altro che la bozza del suo primo romanzo “Branchie”, l’inizio di una carriera fatta di tanti successi editoriali.

Per chi non lo conoscesse come scrittore di indubbio talento e di grande successo internazionale, basti dire che film quali “Io non ho paura” o “Come Dio comanda”, firmati Gabriele Salvatores, sono il frutto di trasposizioni cinematografiche di alcuni tra i suoi romanzi più intensi ed appassionati.

Tradotto e conosciuto in mezzo mondo, vincitore di premi ed onorificenze d’ogni sorta, Ammaniti è stato l’ospite d’onore di un convegno tenutosi lo scorso 30 Ottobre presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dal titolo “Lettori si diventa”.

Un’occasione rara, a parer mio quasi assolutamente unica, di poter incontrare uno scrittore di così elevata caratura intellettuale. E l’incontro nel posto meno usuale in cui mi sarei mai immaginata di poterlo fermare: il bar dell’Università.

Entro tutta trafelata, armata di uno dei suoi ultimi romanzi, “Io e te”, nella mano destra e di penna a sfera nella mano sinistra. Mi avvicino al capannello di persone riunite intorno al tavolino più alto del bar e lo vedo, appoggiato con il gomito ad una mensola attaccata alla parete.

Gli sorrido e gli porgo il libro, un po’ tremante, chiedendogli di potermelo autografare.

“A chi lo dedico?” “Mariangela, grazie”.

Gli porgo la penna, lui si gira, si appoggia alla mensola di fianco ed inizia a scrivere.

In quel momento avrei voluto chiedergli di tutto. Avrei voluto sapere qual è stato il preciso momento in cui ha deciso di voler diventare uno scrittore, se era pentito di non aver concluso gli studi, cosa avevano perso e cosa avevano acquistato i suoi romanzi una volta trasformati in pellicole cinematografiche, se era soddisfatto della propria vita e come il successo gliela avesse cambiata, gli avrei voluto chiedere se aveva voglia di sedersi, prendere un caffè e fermarsi qualche ora a parlare, di tutto quello che voleva, e se io avessi potuto star là ad ascoltarlo, semplicemente ascoltare quello che lui aveva da dire.

Mi restituisce la penna, mi porge il libro, guardo l’autografo e penso che abbia anche una bella grafia.

“Cosa direbbe ad una ragazza che le dicesse: io, da grande, voglio fare la scrittrice, ma sono preoccupata del domani e del futuro!?”
Mi sorride: “E’ preoccupata del futuro in generale o del SUO futuro?”
“Beh, del suo sicuramente!”
“Le direi che è una cosa bella, ma è difficile vivere solo di quello. Fai altro nella vita, continua a fare le tue cose, a portare avanti gli studi…e quell’oretta al giorno dedicala alla scrittura. Saranno gli altri a dirti che dovrai fare lo scrittore, perchè saranno gli altri ad accorgersene prima di te! Ma tu continua a fare altro. Se sarai fortunato potrai farlo a tempo pieno, ma entrare in questo mondo è difficilissimo.”

Sono piacevolmente colpita dalla sua disponibilità e dalla sua parlata dalla cadenza tipicamente romana. Gli chiedo cosa pensa del giornalismo in Italia, se il politically correct funziona ancora.

“Di giornalismo politicamente corretto, in Italia, ce n’è già abbastanza, ma non è quello di cui abbiamo bisogno.”

Gli chiedo se sia possibile sperare che un giorno si possa fare giornalismo spinti solo dal desiderio di informazione, svincolati da qualsiasi tipo di faziosità e conflitto di interesse. Mi dice che un giornalismo “puro”, a parer suo, è solo un’utopia, ci sono e ci saranno sempre degli interessi in ballo, essere puri è impossibile. Ed aggiunge:

“Ma alla fine, i giornalisti più politicamente scorretti, quelli che hanno interessi in gioco, alla fine sono anche quelli che dicono le cose più interessanti!”

Gli chiedo se comunque valga la pena continuare a credere e a sperare che un giornalismo disinteressato sia ancora possibile.

Sorride. “Assolutamente sì”
“Mi scusi, posso chiederle un’ultima cosa, se non le dispiace…posso chiederle di farci una foto insieme?”
“Certo!”

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