U30: SIMONE SPROCCATI

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A cura di Giuseppe Giovine

Mixer, leve, pulsanti e manopole: è grazie a persone come Simone Sproccati che abbiamo l’opportunità di godere al meglio della musica quando siamo davanti allo stereo ricolmo di CD a casa nostra, di uno spettacolo live quando siamo ad un concerto o, al limite, di divertirci sottocassa a fine serata.
Produttore, fonico e DJ; abbiamo sfruttato uno dei suoi pochi momenti liberi per incontrarlo e renderlo protagonista dell’appuntamento di questa settimana con la nostra rubrica U30.

Da dove deriva questa tua passione per la parte più “ingegneristica” del suono? Cosa ti ha spinto ad intraprendere questa carriera?

Si tratta di una passione nata molto presto in realtà, in maniera assolutamente spontanea e molto ingenua.
Avrò avuto 15 o 16 anni, ero un aspirante musicista; un giorno scopro che il chitarrista della mia band preferita del tempo, tra l’altro compositore di alcuni brani, era stato anche fonico durante la registrazione del loro stesso disco.
Questa scoperta mi aprì un mondo: pensare che si potesse vivere così intensamente e a 360° gradi la propria musica mi affascinò incredibilmente, e da lì inizio un lungo percorso di autodocumentazione e ricerca su tutto ciò che riguardava la realizzazione di un disco.
Detto nel 2015 può sembrare una banalità, ma bisogna pensare che nonostante non sia passati poi così tanti anni, non c’erano certo le risorse online di oggi, il music business aveva dei ruoli ancora ben delineati e la tecnologia era diversi passi indietro.

La formazione che hai seguito e che in generale è offerta in Italia credi sia di buon livello? Qual è stato il tuo percorso accademico?

La situazione è molto grave. Non è un problema solo italiano.
Più che in altri campi, la formazione offerta è assolutamente scollegata dal mondo reale, quello del lavoro, e purtroppo chi ne fa le spese sono i poveretti che escono da queste “scuole”, dove più che delle reali competenze, gli è stato venduto un immaginario, la possibilità di mettere le mani su macchine costose.
Naturalmente ogni caso è a sè, sta al singolo individuo saper prendere il meglio da ogni situazione integrandola con la propria esperienza . . . Ma purtroppo rimane un problema di base di inconsistenza della didattica in campo audio.

Sappiamo che sei socio di uno studio di registrazione, il Crono Sound Factory. Era il tuo sogno? Che soddisfazioni e che crucci ti da il lavoro sul campo rispetto alle aspettative?

Avere uno studio è il sogno di chiunque abbia a che fare con la musica; al suo coronarsi, tuttavia, segue immediatamente il confronto con la realtà operativa che sta dietro l’immaginario.
La mia idea di studio è cambiata molto negli anni ed è in continua evoluzione; sicuramente l’esaltazione e l’attaccamento dei primi tempi hanno man mano lasciato spazio alla visione di studio come luogo, come mezzo.
Gli spazi e le macchine non sono nient’altro che degli strumenti per realizzare qualcosa di ben più alto e molto meno tangibile; è l’uomo dietro ai pomelli a fare la differenza, e oggi più che mai, data la potenza della tecnologia, conta l’idea. Non è il banco, non è il microfono, non è il compressore a farla . . . Se non in parte sempre minore.
Questo non per sminuire la realtà dello studio di registrazione, anzi . . . Crono in particolare è di gran lunga la situazione più valida e stimolante in cui abbia mai lavorato anche per via delle professionalità coinvolte, a differenza del passato in cui gestivo lo studio da solo; ma appunto, oltre all’eccellenza dell’acustica, sono le persone coinvolte a caratterizzarlo e renderlo speciale, dunque ancora una volta, l’essere umano.
Lo studio di registrazione è e rimarrà il centro di tutto, ma è fondamentale avere ben chiaro quale sia il suo ruolo effettivo nel processo creativo.
La questione è molto attuale e molto dibattuta, ci sono tanti punti di vista diversi, ma chiaramente sapere che El Camino è stato mixato solamente con un computer fa riflettere parecchio.

Oltre al lavoro di studio sei spesso impegnato come fonico di serata per diversi gruppi, ad esempio L’officina della camomilla. Come vivi quest’altro ramo del tuo lavoro? E soprattutto, com’è girare con loro, sono davvero così esuberanti come traspare?

Anche questo aspetto è cambiato nel tempo; avevo abbandonato il live, annoiato dalle cover band e dai tempi morti che esso comporta.
La proposta da L’Officina è arrivata a Ottobre, non ci conoscevamo, abbiamo provato e da parte mia è stato subito diverso dalle esperienze precedenti. Il tour è molto bello, le persone coinvolte splendide; loro sono estremamente genuini, non c’è niente di costruito, quello che vedi sul palco è quello che sono, sono fortunato a lavorare con loro.
Dal canto mio, ho imparato oltre che a godermi il tempo speso assieme a queste persone che considero ormai alla stregua degli amici, ad approfittare delle lunghe traversate in furgone, delle attese pre-live come momenti di relax, di break dai ritmi dello studio che sono sempre stati molto serrati. Insomma quando vado in tour mi riposo.

Una domanda in chiusura, che probabilmente avrei dovuto farti in apertura, ma vabe’… Cos’è la musica per te (oltre che un lavoro, s’intende)?

Difficile non essere retorici, impossibile non diventare sentimentali. Ho una visione quasi religiosa della musica, è qualcosa che ho abbracciato, che permea ogni aspetto della mia vita; immagina una chiesa in cui Paul McCartney è il Papa, Jeff Buckley il messìa e c’è spazio per tutti, anche Elton e Freddie hanno la tunica. Una fede totalizzante, che comporti grande dedizione, dove i riti e gli insegnamenti sono infiniti. E’ semplicemente l’amore più grande del mondo.

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