#U30: LA CHIAVE DI ANDERAIN

781

A cura di Carlotta Fiammenghi e Noemi Sudati

Questa volta noi di Vox abbiamo incontrato una giovane scrittrice di fantasy: Martina Cilento. Si divide tra università e libri, la sua passione, ed oggi è con noi per raccontarci del suo ultimo libro pubblicato, La chiave di Anderain.

Com’è nata questa tua passione?

In realtà secondo me la passione di scrivere dipende strettamente dalla passione per la lettura. Se si legge veramente molto, arriva un momento in cui diventa automatico sentire il bisogno di scrivere qualcosa di proprio. Poi la differenza sta nel continuare, ci vuole costanza più che fantasia. Dopo tanto tempo che scrivi la stessa cosa devi metterti lì e costringerti a scrivere; finire un libro può essere terribile, ma è anche bello e soddisfacente.

Hai già pubblicato due libri. Come sei riuscita a entrare in contatto con la casa editrice?

E’ una storia molto divertente, perché in realtà è stato mio padre a convincermi, e ci ha messo tre anni. Il mio primo libro l’ho scritto a quattordici anni e l’ho pubblicato a diciassette. Abito a Varese, sono entrata nella prima casa editrice che ho visto, proprio fisicamente intendo, ho dato il mio manoscritto, lo hanno letto ed è piaciuto. Sono stata anche fortunata, perché è una bella casa editrice, è abbastanza piccola e l’editore la gestisce in prima persona. È un uomo in pensione che pubblica quello che gli piace e vuole avere tutto sott’occhio.

Come vedi il panorama dell’editoria in Italia e in particolare per quanto riguarda i giovani scrittori?

In realtà è piuttosto complicato per i giovani perché purtroppo abbiamo statisticamente più scrittori che lettori. È un problema di numeri. E poi c’è il self-publishing, che ritengo un po’ una piaga e un po’ una manna: è positivo perché autori molto bravi che erano un po’ fuori gli schemi commerciali oggi sono conosciuti per questo, ma d’altra parte si autopubblica anche gente che non ha nemmeno le basi della lingua italiana. Considerando le case editrici minori ce ne sono di diversa natura, ma tutte sono accomunate dal fatto che la pubblicità te la devi fare da sola. È molto impegnativo perché devi partecipare a tutte le fiere senza mancarne una, altrimenti ti dimenticano. Senza contare poi che in libreria, ammesso che ti mettano nella sezione giusta, sicuramente non ti metteranno in primo piano.

Parliamo un po’ della chiave di Anderain. Di che parla? C’è un messaggio, ci sono dei valori che vuoi veicolare?

Il libro è un po’ una matriosca, concepito per svelare cose mano a mano che si va avanti: dal punto di vista strutturale l’idea è rotolare verso la fine. Per questo il ritmo della narrazione aumenta via via che si prosegue e non ci sono i capitoli. È diviso in due sezioni: il prologo, che poi è anche un flashback, e poi la storia vera e propria. I protagonisti sono due ragazzi appartenenti a questo mondo, che sono catapultati in un mondo parallelo dalla struttura molto particolare: è diviso in due regni, uno in mano agli umani, uno in mano ai Drow. Sono realtà molto diverse tra loro sotto diversi aspetti e sono in perenne guerra per il possesso della chiave. Nessuno sa in realtà che cosa sia di preciso, ma la leggenda narra che apra le porte di un potere immenso, ed è per questo contesa e provoca continui scontri. E non aggiungo altro, altrimenti poi rovino il libro. In realtà, però, la storia in sé è solo la base per parlare di altro. Io mi occupo di religione e politica – in maniera leggera ovviamente, altrimenti avrei scritto un trattato. Nel mio libro per esempio non c’è una netta definizione di bene e male come c’è nel fantasy classico: questo perché ho pensato la religione come un animismo, eliminando la divinità, alla quale non si possono più attribuire colpe o meriti, cosicché tutto quello che fai dipende da te. In più l’animismo pervade tutti, quindi non ci sono differenze tra gli esseri umani.

Se dovessi convincere una persona a cui non piace il fantasy a leggere il tuo libro?

 Direi che dietro ogni fantasy ben fatto c’è qualcosa di più se si sa come leggerlo, un valore, un concetto, e che perciò per capirlo fino in fondo devi andare oltre la sua apparenza di leggerezza. È un problema dell’Italia che è indietro un po’ in tutto, ma soprattutto rispetto alle novità: il fantasy è generalmente relegato ad una dimensione dei ragazzi, ma direi che è riduttivo.

Se dovessi pensare al tuo libro tra cinque anni che mi diresti?

Io spero che sia stato un trampolino di lancio per qualcosa di più importante. Il mio prossimo progetto è legato a questo libro.

Commenti su Facebook