U30: EDOARDO DALLARI

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A cura di Alessandro Melioli

Edoardo Dallari è uno studente di filosofia poco più che ventenne, già laureato alla triennale all’Università Vita e Salute San Raffaele. Edoardo tuttavia non è solo uno studente, è molto altro. Da diversi anni ormai organizza conferenze e cicli di incontri con filosofi, partecipa a dibattiti, insegna nei licei ed è anche uno scrittore, dal momento che ha da poco dato alla luce il suo primo libro, “Il pòlemos dell’ordine”, con prefazione di Giuseppe Girgenti. La vita di Edoardo è intrisa di filosofia e lui stesso è un filosofo, ovverosia è una persona che non si accontenta della realtà per come si manifesta, ma vuole scavare dietro alla superficie per capire come stanno veramente le cose. La sua riflessione si concentra sui problemi che riguardano noi giovani da vicino, a partire dal discorso politico in un’epoca di globalizzazione; è comprendere l’attualità con tutte le sue contraddizioni ciò che gli sta a cuore. Le sue domande aprono un varco verso il futuro e indicano a tutti noi, attuali e prossimi abitatori di questo mondo, la direzione da prendere. Il tutto con gli strumenti della filosofia e con un linguaggio che comunica concetti profondi con rigore e professionalità. “Si può vivere senza filosofia, ma molto male” diceva Vladimir Jankelevitch. Edoardo ciò lo ha compreso fin da subito e grazie alla sua opera, della quale ci parlerà in questa intervista, possiamo sentirci tutti più consapevoli e arricchiti. Meglio insomma.

Spiegaci come nasce questo libro. Come mai l’idea di pubblicare il tuo lavoro di tesi?Questo libro nasce come lavoro di tesi triennale. È un lavoro che si propone di analizzare il pensiero antico in una prospettiva attualizzante, dato che credo che sia fondamentale riuscire a ragionare attraverso il pensiero di altri per comprendere il proprio mondo. In filosofia d’altronde si ragiona sempre con ciò che è già stato pensato per rielaboralo e porre nuovi problemi, è un’interrogazione costante su domande già poste e su risposte già date. L’esigenza di pubblicare questo lavoro nasce dal fatto di voler comunicare il pensiero; un pensiero è tale nelle misura in cui viene esposto e comunicato e diviene, in una qualche misura, un oggetto di discussione e di riflessione comunitaria.

Il pòlemos dell’ordine”: il titolo sembra già contenere un’apparente antitesi. Come si risolve questa dicotomia all’interno dell’opera? Più in generale, qual è la tesi centrale del tuo scritto?L’antitesi è apparente e allo stesso tempo non lo è. Pòlemos e ordine sono due concetti che stanno in contraddizione e proprio perché stanno in contraddizione sono propulsori di uno sviluppo. Pòlemos è una parola che viene alla luce nel famoso frammento di Eraclito “pòlemos è padre e re di tutte le cose”; si tratta innanzitutto di capire come tradurla e poi di come sviluppare la concettualità che vi sta dietro. Pòlemos viene tradotto sempre con guerra, ma prima di guerra vuol dire relazione, relazione tra le cose del mondo. Quando si ha ben chiaro ciò, si capisce che può voler dire anche guerra perché relazione è sempre relazione di termini non astrattamente intesi, è rapporto tra enti che si oppongono. Per Eraclito il mondo è costituito da opposizioni di cose, da idee che si oppongono, da movimenti che si oppongono e questi caratterizzano l’orizzonte della polis, della città. Il pensiero, non essendo mai astratto ma sempre concreto, ha un rispecchiamento nell’ordine sociale e politico. Per tale motivo penso che il concetto di pòlemos sia fondamentale per l’attualità, la quale nasce come relazione tra le potenze che abitano un determinato spazio e come un abitare uno spazio nel conflitto tra le potenze che, confliggendo, giungono a costituirlo. L’ordine è il modo in cui le forze si armonizzano tra di loro nell’opporsi; tale opporsi implica la guerra reale come possibilità, ma che al tempo stesso è possibilità di dialogo, dialogo che non è mai pacifico, dato che il dialogo si ha soltanto dove ci sono delle differenze e delle divergenze di punti di vista. L’ordine è uno schema del mondo e si incarna in ciò che lo stato concretamente è. Noi viviamo nell’epoca della globalizzazione che non è altro che la relazione mondiale tra le forze che abitano il mondo stesso. L’ordine abbraccia questo conflitto tra le potenze mondiali, a partire dallo scontro tra capitalismo, democrazia, morale, cristianesimo.

I due autori di riferimento sono Platone e Agostino, ai quali hai dedicato ampio spazio. Qual è per te l’eredità di questi grandi classici? Cosa possono dirci riguardo alla nostra attualità?

La classicità ci chiama a vedere la totalità del mondo. Platone e Agostino appartengono a due grandi insiemi, il mondo greco e il mondo cristiano, il quale assume in sé il mondo romano e quello ebraico. Secondo Gadamer l’Occidente nasce dalla fusione di questi orizzonti. Platone porta alla luce l’idea del logos, l’idea della ragione come capacità di mettere insieme le cose del mondo, dato che logos significa originariamente raccogliere. Agostino ragiona sulla relazione all’interno della Trinità e dal punto di vista politico ci permette di ragionare su quello che è il destino della storia cristiana come quella storia che ingloba in sé e realizza la storia romana. Il dominio del mondo cristiano si realizza sulla base degli strumenti concettuali che ha ereditato dal mondo greco. La relazione tutta dispiegata è il mondo attuale, è la globalizzazione come estremizzazione massima della prospettiva cristiana. Lo spirito del mondo si dispiega totalmente in un’unica idea; questa volontà di potenza di governare il mondo crea dei problemi fondamentali perché tende a dimenticare quelle che sono le differenze che costituiscono il mondo stesso. La globalizzazione attuale è tecnica-finanziaria-economica e per la sua stessa natura elimina le particolarità dei singoli paesi; da qui la dissoluzione degli stati nazionali. Un pensiero politico serio ha il compito di capire qual è il ruolo di una decisione politica all’interno di uno dinamica globale in cui lo stato nazionale, per come è stato concepito nell’epoca moderna, è totalmente dissolto. Bisogna perciò ragionare su quali possono essere  le  forme di aggregazione per la gestione del nuovo spazio sociale. Torniamo verso l’impero? Può darsi. L’Europa è necessaria? A mio modo di vedere assolutamente sì. A partire da Platone e Agostino possiamo ragionare in questi termini, sulla volontà di potenza e di dominio del mondo occidentale.

Nel libro si trovano tanti concetti affascinanti e spunti di riflessione originali. In particolare, mi sembra interessante la distinzione tra Eros filosofo e Eros tiranno, in riferimento alla concezione politica di Platone. Potresti spiegarci meglio tale dualismo?

Platone indica due strade di come questa volontà di potenza possa configurare lo spazio. Da un lato l’eros filosofo, dall’altro quello tiranno. Quello tiranno è il modo in cui politicamente si attua la tirannide. Il tiranno è totalmente schiavo della propria volontà di dominio, è schiavo delle passioni e del suo stesso adulare il popolo per rimanere al potere. Se da un lato vi è la degenerazione, dall’altro tuttavia è possibile una reazione e questa si dà nella misura in cui nasce un eros filosofo, un eros rivolto al bello, al bene, alla giustizia. Ciò implica la capacità di utilizzare il logos all’interno della realtà statale per tenere ferme le differenze cha abitano una comunità e per cercare di farne un’unità che sia potente, ma al tempo stesso che sia diversa dalla potenza del tiranno. La potenza dell’eros filosofo, ragionando per mezzo del logos sull’unità delle differenze, deve essere in grado di progettare, innovando verso il futuro e verso la continua trasformazione, avendo come fine la continuazione della vita della polis. Per Platone la tirannide non ha futuro, è sinonimo di morte. La salute della polis è come la salute dell’anima, cioè dominio delle passioni. Questo non vuol dire cancellarle, ma gestirle e portarle ad esplicitarsi verso il bene. Certi appetiti innati non si possono cancellare perché eliminarli vorrebbe dire eliminare l’uomo. L’uomo è tanto ragione quanti istinti: Nietzsche dirà che anche la ragione è il risultato degli istinti per il potere e tale ragione è anche storicamente determinata. Per tale motivo ogni epoca ha il suo modo di abitare il mondo.

La filosofia per te non è semplicemente una materia di studio; in passato hai infatti organizzato anche conferenze e dibattiti, rivolti soprattutto ad un pubblico giovane. A tuo avviso qual è lo stato di salute della filosofia all’interno della nostra società e all’interno del mondo dei giovani?

La filosofia deve essere per i giovani. Da un punto di vista sociologico la morte della filosofia è l’accademia: l’accademia è un punto di partenza fondamentale ma una filosofia che si racchiude all’interno di essa e si masturba con discussioni intellettualistiche su dettagli inutili è una filosofia destinata a morire. La filosofia è per essenza prassi, rivolta all’azione e alla comprensione del mondo. Da un punto di vista concettuale invece la sfida della filosofia moderna si pone di fronte alla sentenza di Hegel per cui la filosofia dismette il suo nome di amante (philo-sophia) per diventare soltanto sophia: sapienza assoluta, scienza in grado di comprendere la realtà per come essa è. La ragione nel nostro mondo è arrivata a sapersi come colei che lo domina in tutti i suoi aspetti e di fronte alla scienza la filosofia si interroga su che richieste può esprimere, in particolare verso la scienza più nobile, la fisica. La scienza non può vivere senza filosofia dato che nasce in Occidente nel terreno della filosofia e utilizza le categorie del logos greco; non a caso tutti i grandi scienziati sono stati grandi filosofi: Galileo, Einstein, Heinsenberg. La filosofia tuttavia diventa anche saggismo, racconto. Secondo Musil la filosofia aggira il mondo e deve dire il più possibile su com’è costituito il mondo, conscia del fatto che vi è sempre un fondo inesprimibile. Due destini per la filosofia: scienza da una parte, racconto dall’altra. La verità probabilmente sta in mezzo e interroga entrambe le dimensioni. Oggi la filosofia ha il dilemma di comunicare se stessa all’interno di un mondo scientifico, di farsi comprendere da tutti. Da un lato essa si pone come una scienza che riflette sulla totalità del nostro mondo di cui tutti siamo parte, dall’altro però deve avere un linguaggio specifico. Se la politica è poco disposta ad investire sulla filosofia c’è poco da fare, ma una politica che investe poco sulla filosofia non può progettare nulla di buono per il futuro.

 

 

 

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