“…questo potrebbe essere il vero obiettivo di Lynch: entrarti in testa. Di sicuro sembra che penetrare nella tua testa gli importi di più di che cosa fare una volta lì dentro”.

Queste erano le parole di David Foster Wallace quando – nel 1995 – riuscì ad ottenere il permesso per visitare il set di Strade Perdute di David Lynch, il suo regista preferito nonché uno dei più grandi artisti contemporanei viventi. (Il saggio – scritto da Foster Wallace su David Lynch è incluso nella raccolta edita da Minimum Fax Tennis, TV, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più).

Perché iniziare proprio con questa frase? Semplice: Foster Wallace già 17 anni fa aveva colto nel segno quando parlava di Lynch, e 17 anni dopo è riuscito ancora una volta nel suo intento, preoccuparsi di penetrare nella testa dello spettatore con la nuova stagione – uscita dopo ben 26 anni dalla messa in onda dell’ultimo episodio – di Twin Peaks.

twin peaks

Fanservice, avrebbe detto qualcuno dopo l’annuncio della serie da parte di Lynch e di Showtime, e ci può stare pensarlo: dopotutto, negli ultimi anni, siamo stati abituati a continui reboot e remake delle più iconiche serie TV e lungometraggi che hanno segnato la storia dell’universo mediale. Con Lynch (e con il suo collaboratore Mark Frost) non si sa mai cosa aspettarsi e – ancora una volta – le teorie che vedevano un brand milking della serie TV sono state presto smentite.

Conclusasi da poco – questa nuova stagione – che ha visto oltre il ritorno dei personaggi cardine della serie di 25 anni fa (e del compositore Angelo Badalamenti) anche la presenza di ben 217 attori nel cast, ricollegandoci dunque alle parole di Lynch rilasciate prima della messa in onda dobbiamo considerare il tutto non come una serie TV (di quelle ce ne sono fin troppe) ma bensì come un film lungo diciotto ore che si ricollega agli eventi della serie originale e al film prequel Fuoco cammina con me. Ma definire tutto questo semplicemente “film” non ci sembra un po’ riduttivo?

“Film” e “Serie TV” sono delle parole che stanno scomode associate a questa nuova stagione: se dobbiamo riassumere il tutto in una sola parola: esperienza. Perché? Si chiederà chi non ha visto il tutto. Proviamo a spiegarlo, seppur sia un’impresa un po’ ardua riuscirci.

Dobbiamo iniziare facendo un appunto: Twin Peaks – The Return è la massima forma espressiva in movimento messo in scena da Lynch, racchiude in 18 ore tutti i suoi 40 anni di carriera nel mondo del cinema (e non, oltre ad essere regista, è anche pittore e compositore).
In una storia – se possiamo definirla così – frammentata, si celano continui rimandi e riferimenti a una poetica comune che è quella dei suoi film. Tutta la sua filmografia è racchiusa qui: ci sono i surrealismi di Eraserhead (1977), ci l’elemento di indagine e perversione presente in Blue Velvet (1986) ma soprattutto sono due i film che – più di tutti – ritroviamo in The Return, rispettivamente Strade Perdute (1996) e Mulholland Drive (2001). Perché questi due film sono così importanti nella poetica del nuovo prodotto di Lynch? Giocano un ruolo chiave nella comprensione di alcune scene e di una chiave di lettura comune: evitando spoiler, per chi non ha avuto modo di vederli (e si sbrighi a farlo), i due film si muovono sul filo comune del sogno e di una diversa immagine di sé, tutti elementi che ritroveremo con prepotenza in The Return. Questa espressività del regista è teorizzata, amplificata e portata alle massime vette artistiche.

Qual è però un altro elemento che differenzia Twin Peaks dalle varie Games of Thrones, Breaking Bad, Dexter ecc.? L’universo che crea intorno a sé. La nuova stagione è finita da poco, ma è realmente terminata o è appena iniziata? Sembrerà un ossimoro, ma è così. La vera natura di Twin Peaks si è appena messa in moto, Lynch e Frost ne hanno tessuto una ragnatela che ora si sta dipanando senza soluzione di continuità: ma dove? Sul web, sui social, ovunque; è un continuo susseguirsi di ipotesi, teorie, speculazioni e il tutto sembra incastrarsi perfettamente. E proprio come nel 1990 la domanda più ricorrente tra il pubblico – e non – era “Chi ha ucciso Laura Palmer?”, anche 27 anni dopo Lynch – che in questa stagione ricopre un ruolo maggiormente centrale (Interpreta infatti lo stravagante l’agente dell’FBI Gordon Cole) in un continuo rimando ad un’esperienza di metacinema, tesse le trame e gli eventi manovrandoli dall’interno, come se fossimo nella sua mente – e riesce a installare in noi tanti dubbi e poche certezze.

twin peaks 2

Dopo aver rivoluzionato la serialità nel secolo scorso – ancora una volta – Lynch, con la sua opera d’arte intitolata The Return riesce a cambiare le carte in tavola: osa dove nessun’altro aveva osato prima, porta il cinema (e non come lo fanno le serie TV odierne, di più) nelle case degli spettatori che – tra una Cherry Pie, a damn fine cup of coffee e l’altra – rimangono basiti da ciò che accade su schermo, in un pieno coinvolgimento sensoriale.

Probabilmente l’importanza di quest’opera visionaria non verrà capita subito – com’è giusto che sia c’è bisogno che venga metabolizzata – e sarà assimilata solo ai posteri consacrando David Lynch come uno dei più grandi Artisti, con la A maiuscola, mai esistiti.

Inoltre, non c’è da escludere la possibilità di una quarta stagione. Recentemente sua maestà David Lynch, ospite al Belgrade Culture Centre, ha risposto alla domanda di un fan su una possibile nuova stagione: “At this point, it’s too early to say whether it would be a possibility. It took me four and a half years to write and film this season”.
E quando c’è di mezzo il nome di Lynch, si può solo dire: tutto è possibile.

A cura di Ennio Cretella

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