Cos’è:

La trilogia della villeggiatura è il racconto di un’euforia che si rivela illusione. L’adattamento di Valeria Cavalli che, nel solco di Strehler, fonde tre commedie goldoniane in un unico spettacolo, permette allo spettatore di osservare con continuità l’evoluzione della vicenda, dal suo scoppiettante inizio fino al suo devastante finale.

L’intera messinscena è una corsa verso il mondo utopico della villeggiatura ad una velocità sempre maggiore, fino alla perdita d’aderenza col terreno: i personaggi si cercano, non si trovano, ingarbugliano i fili delle loro relazioni, e soprattutto sono sempre più preoccupati ad organizzare quella che paradossalmente dovrebbe essere una vacanza, una pausa di riposo.

Il ritmo con cui si susseguono gli intrighi è tale che il pubblico fatica a seguirli: Leonardo e Giacinta sono il centro propulsore di incomprensioni che nessuno dei personaggi è in grado di affrontare nel modo corretto, o almeno in modo maturo. Quello che prende importanza non è quindi la trama: i problemi sono occasioni per mostrare l’infantilità di adulti mossi da capricci e la testardaggine di chi non vuole vedere la realtà.

I due giovani fratelli sono sul lastrico, ma ogni sollecitazione del servitore (un bravissimo Jacopo Fracasso) ad occuparsi delle finanze è un fastidio da zittire. «Mi frullano altri pensieri per questa testolina» dice Vittoria per chiudere in fretta la “questione-soldi”, e questo sarà il suo mantra lungo tutto lo spettacolo.

Com’è:

Quali sono questi pensieri? Quali le preoccupazioni? Il famoso mariage, le partitine a volano, i bagagli, i dolciumi, le galoppate al tramonto. In questo barocco tripudio di oggetti – di cui anche il palcoscenico è sommerso grazie alla sapiente scenografia di Claudio Intropido – i personaggi si perdono di vista, come in un labirinto.

La parte dello spettacolo che segue l’intervallo è costruita come un nascondino in cui ciascuno perde innanzitutto se stesso, sfumando così dall’euforia giocosa del primo atto, ad una frenesia che già preannuncia il fallimento finale, reso visivamente dal crollo della scenografia. Si cerca di salvare il salvabile, che è ben poco: lentamente ogni personaggio abbandona la sua maschera (Ferdinando smetterà di lanciare coriandoli e saltellare per il palco), riscoprendosi nudo e solo (come la povera zia). L’unica alternativa è aggrapparsi a quella maschera con la forza della disperazione, rinunciando anche all’ultimo briciolo di verità, come accade a Giacinta.

I vestiti anni Cinquanta (periodo storico in cui nasce la villeggiatura di massa) sembrano scolorirsi in questo secondo tempo, e la musica perde la sua vivacità: le note commosse del pianoforte sostituiscono l’allegria da twist and shout. La danza folle di Giacinta conclude lo spettacolo con passi ben diversi da quelli che hanno caratterizzato tutti i personaggi fino a quel momento: con il suo vestito da sposa indossato solo a metà, sancisce la definitiva sconfitta della persona che rinuncia a vivere per sé. Non sappiamo se alla fine lo indosserà, ma la vediamo accasciarsi al suolo e smette di lottare.

Perché vederlo:

La vicinanza con il pubblico è decisamente il punto forte della messinscena. Non solo le battute, che vengono abilmente lanciate in platea pur mantenendo perfettamente la relazione con gli altri personaggi, ma l’occhio dello spettatore diventa l’occhio onnisciente e giudicante della società a cui ogni personaggio si sente tenuto a recitare la propria parte: ecco il mondo come teatro di cui parlava Goldoni.

Tutti i personaggi sono evidentemente esagerati nei loro comportamenti, nella loro gestualità esasperata – a volte ridondante e pesante da sostenere in uno spettacolo così lungo – tanto da configurarsi come maschere di se stessi. Si ha l’impressione di essere di fronte ad un ingranaggio perfetto e distante dalla realtà – o, meglio, dal realismo – ma che cerca un aggancio con il suo pubblico: durante l’intervallo gli attori si mescolano tra la gente, scattano selfie, improvvisano come dei veri attori della commedia italiana.

Note a margine:

Se è stata una giornata pesante e la stanchezza si fa sentire, questo spettacolo non è la scelta migliore per la vostra serata. Nonostante il ritmo frizzante e le risate che concede, la messinscena è comunque lunga e impegnativa da sostenere.

Produzione: Manifatture Teatrali Milanesi
Da Carlo Goldoni
Adattamento a regia: Valeria Cavalli e Claudio Intropido
Con Pietro De pAscalis, Jacopo Fracasso, Claudio Intropido, Cristina Liparoto, Sabrina Marforio, Dalila Reas, Andre Rabbiano, Simone Severgnini, Giacomo Vigentini
Musiche: Gipo Gurrado
Scene e disegno luci: Claudio Intropido
Costumi: Anna Bertolotti
Foto di scena: Alessandro Saletta
Staff tecnico: Walter Intropido
Direttore di produzione: Elisa Mondadori

A cura di Miriam Gaudio

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