<<I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi. Niente affatto! esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia>>

Bisogna aspettare di arrivare a pochi paragrafi dalla fine dell’ultimo racconto per vedere accendersi una luce sul senso profondo di quanto si è letto nelle duecentocinquantadue pagine precedenti. Questa lampadina che si accende sul finale, in una riflessione che appare a prima vista marginale rispetto al vortice di avvenimenti in cui il lettore è stato trascinato, è l’ultimo tassello di una creatura letteraria tutta particolare, costruita con la precisione e la naturalezza tipica di Eshkol Nevo scrittore israeliano noto in Italia soprattutto per <<la simmetria dei desideri>> pubblicato nel 2012.

Tre piani infatti, da poco pubblicato dalla casa editrice Neri Pozza, non è propriamente un romanzo, poiché si compone di tre momenti narrativi autonomi ( tre piani per tre personaggi), ma non è nemmeno una raccolta di racconti, dal momento che le vicende dei singoli protagonisti si muovono nella stessa cornice: un vecchio palazzo di un quartiere residenziale alla periferia di Tel Aviv; è infatti sui pianerottoli, nei corridoi del condominio, per le strade del quartiere che le storie di Arnon, Hani e Dvora si incrociano in attimi brevissimi ma significativi, che conferiscono unità alla narrazione.

Le tre figure descritte da Nevo hanno molto in comune tra di loro, oltre all’indirizzo di abitazione: sono persone adulte, rispettabili, borghesi, ma soprattutto tutti e tre convivono con un grande segreto, e sentono il bisogno di raccontarlo, ciascuno a suo modo.

Arnon sceglie come interlocutore un vecchio amico scrittore nella segreta speranza che almeno lui sappia trovare un finale positivo per la sua storia, la giovane madre Hani scrive una lettera ad un’amica di infanzia, investendola del ruolo di testimone disposto ad accogliere una confessione senza censure; Dvora infine, l’anziana giudice in pensione che abita sola nel grande appartamento al terzo piano, si inventa uno strano sistema di comunicazione con il marito defunto, raccontandogli gli avvenimenti delle settimane appena trascorse in frammenti di due minuti ciascuno, servendosi di una vecchia segreteria telefonica.

A questi dialoghi il lettore assiste come terzo elemento, entrando in un triangolo che richiama l’architettura del condominio e la struttura narrativa dell’opera che a loro volta rimandano, secondo le interpretazioni più ardite, alle tre componenti dell’anima identificate da Freud: Es, Io, Super Io. Proprio come uno psicanalista, il lettore assiste senza intervenire e si  fa custode della storia;  alla fine di ogni racconto  vorrebbe porre delle domande, vorrebbe scoprire qualcosa di più sul finale, sul destino di questi personaggi così intensi e capaci di suscitare empatia immediata, tuttavia si trattiene nonostante la curiosità, poiché infondo sa  bene che <<nei veri addii qualcosa rimane sempre tronco>>.

A  cura di Bianca Maria Cuttica

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