TORNERANNO I PRATI

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A cura di Nino Lo Giudice

Un’epopea drammatica e straordinaria, straziata dalla sofferenza. Questo racconta Ermanno Olmi nel film “Torneranno i prati”, uscito nelle sale il 6 novembre 2014, in occasione del centenario della Grande Guerra.

Tutto si svolge in una notte del 1917, sugli altipiani veneti. La neve cade a fiotti e sommerge il paesaggio in una fitta coltre bianca; i soldati macilenti e slavati in viso aspettano nuovi ordini dai superiori. Intanto la cinepresa scorre cauta e lenta, conferendo un ritmo solenne e grave alla scena. Si descrivono i rari oggetti di uso domestico, si respira il logorio, la malsania della trincea, il freddo. Si percepisce con disgusto il cattivo odore del rancio. Il racconto procede per primi piani sezionando l’ambiente in piccoli “cantucci” di disperazione (sguardi, sensazioni, “non detti”). E’ come se il regista volesse parlare a tutti, stranieri compresi, denunciando la vera realtà della guerra. Non si serve tuttavia di parole, ma di gesti universali.

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Finalmente arriva l’ufficiale (Claudio Santamaria) che suggerisce di occupare un avamposto molto distante dal luogo in cui si trovano. Il capitano della trincea, infiacchito da una forte febbre (la spagnola si presume ndr), si scaglia contro l’ufficiale affermando l’impossibilità di eseguire l’ordine data l’instabilità del terreno e l’impraticabilità temporanea del sentiero di montagna. E proprio quando si pensa che il peggio sia passato, ecco che la crudezza della trincea torna a farsi sentire: un soldato in preda alla disperazione si uccide, sparandosi un colpo in bocca con il fucile. Subito dopo gli Austriaci, sotterrati anch’essi in queste fosse di morte, prendono a cannonate i nemici italiani. E’ una carneficina.
Tratto liberamente da “La paura” (1921) di Federico De Roberto, “Torneranno i prati”, convince il pubblico di sala. Di grande impatto emotivo i monologhi che i vari personaggi rivolgono allo spettatore, in un continuo fondersi di realtà e finzione, conditi con una buona dose di straniamento ariostesco. Un intrepido realismo riecheggia atmosfere ungarettiane e paesaggi romantici, al limite dell’onirico. Un film per non dimenticare.
Gli interpreti: Claudio Santamaria (il maggiore), Alessandro Sperduti (il tenente) Francesco Formichetti (il capitano), Andrea Di Maria (il conducente di mulo) Camillo Grassi (l’attendente), Niccolò Senni (il dimenticato), Domenico Benetti (il sergente), Andrea Benetti (il caporale), Francesco Nardelli (il soldato Toni).

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