Toni Erdmann e i daddy jokes

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Ci sono film che ti fanno dire ‹Le cose stanno proprio così›, mentre vedendo una scena sullo schermo ti viene in mente qualcosa che è capitato anche a te. Toni Erdmann è uno di quelli, e te lo fa capire nel suo essere assurdo ed esilarante e per questo ancora più efficace quando le risate in sala lasciano spazio al silenzio e alla commozione.

Il film di Maren Ade, regista tedesca di 39 anni (tra le altre cose anche produttrice di Miguel Gomez, quello di Arabian Nights) sta raccogliendo consensi e apprezzamenti dalla critica dalla passata edizione di Cannes, dove era candidato per la Palma d’Oro, e ha recentemente vinto come Miglior film e miglior regia gli European Film Awards (il corrispettivo degli Oscar europei per farla facile) e il Lux Prize, dato dal Parlamento Europeo. Candidato ai Golden Globe come Miglior Film straniero, è anche stato indicato dai Cahiers du Cinema come il più bel film dell’anno. A dirla così potrebbe sembrare il solito film per pochi (finti) coraggiosi e snob, ma in realtà Toni Erdmann si fa guardare senza mai stancare.
In Italia arriverà a inizio 2017, probabilmente tagliato di una quarantina di minuti rispetto alla versione originale (162 minuti), il che è un vero peccato.

Toni Erdmann racconta del tentativo di un padre, Winfried, di riconciliare il rapporto ormai fatto di frasi di circostanza e imbarazzo con la figlia Ines, che vive a Bucarest dove lavora assiduamente come consulente per grandi aziende. Sin da primi minuti alcuni elementi ci raccontano tutto quello che padre e figlia si cercano di nascondere a vicenda; Winfried ama lo scherzo, mascherarsi, truccarsi e cerca sempre la risata, a volte anche stancamente e in modo goffo; è il simbolo per eccellenza dei daddy jokes. Ascolta in silenzio il patrigno di Ines snocciolare le doti di sua figlia e sembra essere in imbarazzo davanti alla propria famiglia. Ines invece è una di quelle che finge di essere al telefono per non dover prendere parte al suo pranzo di compleanno, per poi inscenare conversazioni confuse quando viene trovata in giardino dal padre. Non sappiamo da cosa derivi la sua dedizione al lavoro, né perché vi si faccia così tanto assorbire, il che rende la sua scelta di vita ancora più assoluta.

Toni Erdmann e i daddy jokes

Winfried decide così di andare a Bucarest, per tentare di farla uscire dal suo mondo iper razionale e iper pianificato. Lo fa nell’unico modo che conosce, inserendosi nella sua vita personale e lavorativa costruendo situazioni assurde e demenziali. Si finge Toni Erdmann, uomo d’affari con una ridicola parrucca in testa ed enormi denti finti in bocca. In un crescendo di situazioni comiche, la persistenza di Winfriend nel mettere in imbarazzo Ines ha un che di dolce e disperato, ma non cede mai nel volerle far aprire gli occhi sulla sua situazione. Non si preoccupa affatto degli sguardi perplessi e sardonici che gli vengono lanciati dalle persone che conosce e non demorde nonostante i giudizi caustici che riceve dalla figlia ( ‹Conosco uomini della tua età che hanno delle ambizioni, ma non importa›).

Toni Erdmann non è quello che definiremmo un film “sperimentale” o di ricerca. È un film dalla narrazione circolare, che finisce fisicamente dove era iniziato, a casa di Winfriend, e che riunisce padre e figlia sulle più classiche delle situazioni, un compleanno in apertura e un funerale in chiusura. È un percorso circolare in cui riconosciamo tutti i passaggi che allontanano e riavvicinano i due protagonisti, e per questo ci fa dire ‹Le cose stanno proprio così› perché anche quando ci sembra di essere sempre nello stesso punto dopo un giro del cerchio, è in realtà cambiato molto.

a cura di Francesca Bonfanti

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