Siamo stati al cinema a vedere Tomb Raider, ispirato al videogioco omonimo del 2013 che da il riavvio alla nota saga videoludica ed è reboot della dilogia cinematografica con protagonista Angelina Jolie (“Lara Croft: Tomb Raider” del 2001 e “Tomb Raider – La culla della vita” del 2003).

In questo film troviamo una giovane Lara Croft che decide di rintracciare il padre scomparso da sette anni imbarcandosi in un’avventura che la porterà ad avere a che fare con un’antica maledizione. Questa trama rispetto alle precedenti trasposizioni è più minimale, senza esagerate svolte nel fantasy che ha portato i precedenti capitoli a pieghe grottesche involontarie, mentre qui ci si concentra maggiormente sull’azione e la parte mitologica è solo una cornice. Nella sceneggiatura si è operato anche sui personaggi, cercando di dargli una veste più umana specie alla protagonista che passa da essere un’apatica Indiana Jones col corpo da pornostar ad una giovane donna come tante a cui si è cercato di dare una personalità. Per ciò che riguarda l’antagonista invece si è optato non più per una caratterizzazione da super-villain di James Bond, che è cattivo perché è cattivo, ma si cerca di dargli una dimensione più umana. Questo lavoro di rilettura, nonostante sia virtuoso alla base, non funziona perché non è sviluppato adeguatamente: si vuole narrare un’origin story che però non è fedele al suo obiettivo in quanto non viene mostrata la formazione di Lara come evoluzione interna al film, bensì si vedono alcuni flashback che dovrebbero adempiere al compito ma in realtà risultano solo eccessivi. Per non parlare dei numerosi buchi di sceneggiatura che in questi film sembrano diventati un canone del genere.

Pertanto si loda il lavoro del comparto attoriale, a partire dalla protagonista Alicia Vikander (Oscar alla miglior attrice non protagonista nel 2016 per “The Danish Girl), l’antagonista Walton Goggins, Dominic West, Daniel Wu con i cameo d’eccezione di Kristin Scott Thomas, Nick Frost e Derek Jacobi.

D’altronde non è un mistero che in questi film si preferisca investire più sul comparto tecnico, che qui si rivela oggettivamente buono: il regista Roar Uthag cerca di dare vita ad un videogioco su pellicola, che si nota ad esempio nel ricorso frequente alle inquadrature in soggettiva. Il lavoro finale è comunque decente perché riesce ad essere equilibrato non risultando eccessivamente artificioso nella messa in scena e nel montaggio. Però è proprio quest’idea registica il punto critico della pellicola, che tralascia lo sviluppo dei personaggi dando una sensazione di staticità, perché sostanzialmente i personaggi non evolvono, contrastando con la forte dinamicità del ritmo narrativo. Tuttavia non è una novità, anzi oramai è quasi una prassi nel genere quasi tanto come i buchi di sceneggiatura.

A cura di Fabio Facciano

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