La prima cosa che colpisce quando si valicano i cancelli dello Spazio211 è proprio l’atmosfera rilassata, la naturalezza con cui gli spettatori si muovono nello spazio, prendono confidenza con il prato, cercano istintivamente la prima birra fresca della serata, la birra dell’accoglienza con cui accompagnare i saluti agli amici, il ritrovo, l’attesa del primo artista.

Ogni festival ha il suo pubblico e la fauna umana del TOdays Festival è veramente affascinante, da starsene in un angolo ad osservare per ore. La fame di cultura e divertimento verrà saziata con un delizioso e nutrito programma, ma la peculiarità dei sapori restringe il campo ai soli palati sensibili. Per cui sotto i 20 anni poca roba, i 30enni e i 40enni con anni di degustazioni musicali alle spalle sono i più numerosi, over 40 ce ne sono e sono i più belli, perché mai come in queste occasioni – in cui la musica esce all’aperto, si libera oltre le cuffie, oltre i muri di casa e diventa un fatto sociale – lo stile parla chiaro, racconta storie di grandi passioni. L’apparenza esplicita l’appartenenza, dichiara la simpatia per una corrente culturale, l’affezione a un momento storico, a un genere musicale, a un artista in particolare.

Come succede con i libri e con le opere d’arte, dove ciascun libro cita altri libri e scrittori, e ciascuna tela richiama altre tele o statue, così avviene anche per la musica: ogni concerto è l’occasione per indossare la maglietta di un altro concerto, per parlare di altri festival, criticare, consigliare, e alimentare il discorso globale sulla religione del suono. È così che si produce cultura, generando occasioni, seminando stimoli e lasciando che le persone li coltivino spontaneamente, in un germogliare progressivo di idee e nuovi stimoli, finché c’è passione, finché c’è curiosità.
Dopo le dovute divagazioni sociologiche su chi stava sotto palco, andiamo a vedere chi ci ha suonato sopra:

Venerdì 25 agosto, giorno uno.

Soldout. Si comincia bene, primo giorno ed è già soldout, annunciato alcuni giorni prima che si aprano le danze. E probabilmente abbiamo anche la colpevole, uno dei nomi di punta di questa terza edizione: PJ Harvey. Ad aprire la serata 2 artisti emergenti italiani, Birthh e Giovanni Truppi, mentre in chiusura party and chill indie con il canadese Mac DeMarco.

Andiamo con ordine: Birthh sale sul palco che il sole è ancora alto, la luce dura, l’aria afosa. Una figura in total black dimessa e a un tempo decisa si impone, imbraccia la chitarra elettrica, con le dita accarezza le corde in pizzicati leggeri e incalzanti. La giovanissima Alice Bisi, in arte Birthh, ama giocare con i loop, mischiando elettronica e cantautorato in un inglese avvolgente. La voce allaccia gli input digitali e le manciate di note di chitarra, amalgamando il tutto in un suono subacqueo, gonfiandoci una bolla intorno di raccoglimento e abbandono.

Dimentichiamo così il sole d’agosto che lento tramonta alle nostre spalle, mentre sul palco viene sistemato un pianoforte, proprio lì al centro e intorno nient’altro, perché di nient’altro ha bisogno Giovanni Truppi, se non della sua inquietudine e di una testiera bianca e nera su cui correre. È urgenza esistenziale di raccontarsi, di raccontare quelle storie che un po’ ci facciamo nella testa, srotolando parole che diventano un fiume, senza farsi problemi a travalicare i confini metrici e ritmici, del verso, della battuta. Tanto per il tour del suo ultimo album fa tutto lui, da solo, puntellandosi qua e là sui tasti del piano.

Ma le ombre si sono allungate e poi sono sparite, il cielo screzia dall’azzurro al blu e si accendono i riflettori sull’ingresso trionfale di Pj Harvey. Rullano i tamburi, la grancassa inchioda le battute, un esercito di fiati vibra al passo. È un corteo e la sacerdotessa che presiederà il culto emerge, minuta ed imponente, in mezzo ai suoi adepti. Sciamana delle foreste, regina dei corvi in abito nero piumato, Polly Jean celebra il suo rituale rock muovendosi sinuosa tra riff ossessivi, ritmi catartici, con il controcanto di cupe voci maschili e i fiati che gonfiano l’aria intorno, e al centro di tutto, per contrasto, lei con la sua voce luminosa.

Dopo tanta teatralità, la serata si conclude in un’atmosfera decisamente più rilassata e informale. Sale sul palco un ragazzone, t-shirt e berretto, sigaretta mollemente appoggiata tra le labbra. Il tempo di fare un sound-check al volo che anche il pubblico si scompone e ricompone: l’età media si abbassa, dominio del popolo universitario, un altro giro di birra e intanto Mac DeMarco attacca e subito ci fa scivolare nei timbri brillanti e morbidi del suo indie pop-rock, tra folk e psichedelia. Si ondeggia a occhi chiusi sorridendo, ci si abbandona stesi sul prato. C’è la freschezza agrumata di chitarre e tastiere, gioia di stare al mondo e un vago retrogusto malinconico, piacevole caos di sapori.

Ma i trip non finiscono qui, sotto il palco del Spazio211. La notte torinese si spalanca per inghiottirci nel vortice dell’elettronica pura. Ci si sposta a qualche centinaio di metri più a sud, tra gli scheletri di ex-stabilimenti industriali, scheletri di cemento armato che fanno da cassa di risonanza alle frequenze basse di techno e ambient, in collaborazione con il Varvara e l’Ambienti Digitali Festival. Tra l’ex fabbrica Incet e la “cattedrale industriale” di Parco Peccei, per tutte e tre le notti, la tribù dei clubbers si ritrova sotto la spinta delle casse, tra led e impulsi cibernetici, mentre alla consolle si succedono progetti italiani e stranieri come Byetone, Boston 168, Mono Junk e Roly Porter.

Sabato 26 agosto, giorno due.

Salta il live di Wrongonyou, dunque è Giorgio Poi il primo artista a scaldare il palco nella giornata numero due. E porta il mare nella periferia torinese. Mare invocato nei testi, evocato nei campionamenti di onde e gabbiani in studio, mentre live si nuota in sonorità fresche, ci si spettina di parole leggere e rime inconsuete. Uso prepotente di effetti sul timbro monocorde e la chitarra di Poi, che si assestano piatti, lasciando alla batteria l’onere di spezzare il tempo e al basso tutto il divertimento nel tessere scale a chiocciola, cunicoli e scivoli intorno alla melodia principale. Dal vivo è tutta una bella sorpresa.

Ancora una volta la line-up mixa generi e identità musicali: cambia l’artista, cambia completamente l’atmosfera. Una figura esile dal portamento elegante si conquista in breve tutto il palco misurandolo a passi ampi e sensuali su scarpe nere lucide dal sottile tacco. Perfume Genius con la sua voce turba e incanta, il viso di un ragazzino ingenuo e il portamento di una diva. Erotismo esplorato in tutte le sue declinazioni, dalla provocazione esplicita all’intimità struggente, tra graffi e carezze, in una performance musicale e scenica di vera classe.

Arriva così uno dei momenti più attesi dell’intero festival: dopo 7 anni di latitanza, il ritorno in Italia di Richard Ashcroft, frontman dei Verve, signore del brit-pop anni Novanta. Capello rasato, occhiale scuro arrogante, giubbotto arancione fluo, camicia bianca aperta a mezzo petto. Il look trasandato della giovinezza è solo un ricordo dei videoclip di qualche anno fa. Pochi brani per scaldarsi e Ashcroft aggredisce la scena, la fa tutta sua, gestisce gli spazi e detta i tempi dello show come una vera rock star: da principale ospite internazionale si trasforma in padrone di casa, ringrazia il pubblico per essere venuto ad ascoltarlo e invita tutti semplicemente a passare una bella serata, condividendo un po’ di buona musica. Per dirla con i suoi stessi versi: “Music is power … I wanna share it with you”. Ed è proprio quello che fa: gode del potere della musica, delle vibrazioni che solo il palco sa regalare, e allo stesso tempo ricerca continuamente il dialogo, tanto con i suoi musicisti (con i quali ingaggia scambi e riprese, incalzando bridge e finali di canzoni senza fine), quanto soprattutto con il pubblico, che viene chiamato a partecipare con cori che diventano il tappeto ritmico sul quale Ashcroft danza, improvvisando con la voce, con la chitarra. E il pubblico risponde forte, si esalta, si commuove, rivive ricordi e condivide tutto quanto. In un’ora e mezza di live, dopo aver alternato brani più recenti ai grandi successi da solista (Break the Night with Colour, Music is Power) e con i Verve (Sonnet, Lucky Man, The Drugs Dont’ Work), l’abbraccio finale non poteva che essere una gloriosa Bitter Sweet Symphony.

Domenica 27 agosto, giorno tre.

Per la terza ed ultima volta si varcano i cancelli dello Spazio211. Il luogo è ormai familiare, ma le sorprese non sono finite. Una delle più belle si chiama Andrea Laszlo De Simone ed è un cantautore, ma è anche una band di 6 elementi in folle sintonia. Il maledetto davanti al microfono comincia il primo pezzo cantando con la bocca semichiusa mente all’angolo sinistro delle labbra arpiona una sigaretta. Le parole sono poche, scelte con grazia. Scorci intimi di amori puri, sonorità anni ’70, psichedelia a sprazzi. Un picchetto di giovani fan si stringe sottopalco, canta a squarciagola dimostrando tutto il suo calore, ma i tempi sono stretti, una manciata di canzoni e bisogna lasciare posto all’artista successivo. I ragazzi sottopalco protestano, Andrea e compagni staccano gli strumenti, ma mentre i tecnici di palco sbaraccano, Laszlo scende, si accovaccia su una cassa davanti alle transenne e regala ancora un ultimo pezzo un-plugged in amicizia.

Invece i Gomma sono la prova che il punk non è morto, ha solo contratto una certa dose di (h)i(p)steria ma è sempre giustamente disturbato e disturbante. Testi che ingrandiscono i dettagli più bizzarri con una dolcezza insolente. Voce vuole dare fastidio, un dito nell’occhio, un sibilo all’orecchio, le parole che non vuoi sentire vengono recitate con rabbia e aria di sfida, mentre gli strumenti fanno il loro dovere con un bel tiro testardo.

La scarica violenta dei Gomma viene riassorbita nella seconda parte della serata, con le esibizioni di Timber Timbre, The Shins e Band of Horses. Il sound più cupo e austero dei canandesi Timber Timbre lascia spazio al pop vivace dei The Shins, trascinati per la prima volta in Italia. Unica data italiana anche per l’altra band statunitense, Band of Horses, che se la gioca in un’altalena tra folk tradizionale e rock moderno.
Tutto l’indie di cui potevamo avere bisogno ci è stato servito. Possiamo andare in pace.

Salvo un’inquadratura veloce, non ho etichettato tanto generi musicali e influenze, ma ho preferito piuttosto descrivere il mood generale dell’evento, la nebulosa di impressioni che mi è rimasta addosso. Lo stesso mercato musicale contemporaneo sembra andare in questa direzione: una maggiore attenzione appunto al mood, alla realtà emotiva interiore e al contesto esterno entro cui avviene la fruizione della musica. Si guarda alla fruizione oltre che alla produzione, ai gusti dell’ascoltatore attivo oltre che all’esigenze espressive dell’artista. Così al concetto di album, confezionato dall’artista per l’ascoltatore, si va sempre più sostituendo il concetto di playlist, creata dall’ascoltatore stesso per il proprio piacere. Questa è una conseguenza delle immense potenzialità del digitale applicato alla musica, della navigazione web, della ricerca che genera scoperta che a sua volta genera altra ricerca. Questo è Spotify, è YouTube, è lo streaming come flusso indomabile di informazioni che pure chiedono di essere cavalcate, domate da menti aperte, curiose, onnivore, al di là dei confini di genere, al di qua del buon gusto e di una coscienza uditiva in costante sviluppo. Questo è uno degli argomenti toccati durante il workshop “TOlab: MUSIC What’s NEXT?” tenutosi alla galleria d’arte Gagliardi e Domke, con gli interventi di Chiara Santoro (YouTube), Emiliano Colasanti (42Records), Nicholas David Altea (Rumore) e Lino Prencipe (Sony Music Italy). Ah, sì, perché non ho ancora fatto in tempo a dirlo, ma i TOdays non sono stati “soltanto” concerti serali e dj set fino all’alba. Molto di più: una panoramica completa sulla cultura musicale contemporanea con laboratori pratici sul suono, la registrazione, la produzione, grafica e videogames a tema musicale, esposizioni di opere d’arte per raccontare i musicisti ospiti del festival, incontri e dibattiti su editoria e marketing tra analogico e digitale. Il nome stesso “TOdays” sembra suggerirlo: un ritratto della effervescente Torino di oggi, in tutta la sua avanguardistica tensione al domani.

Quel che resta è un appello a cuore aperto: andate ai concerti, andate ai festival. Fidatevi del buon gusto dei direttori artistici, degli organizzatori che vendono l’anima in mesi e mesi di lavoro per costruire eventi del genere. Intercettate le serate con i vostri artisti preferiti e poi andate alla scoperta di chi non conoscete, incontrate la musica nel suo habitat naturale, tra cavi transenne polvere luci e fumi. Esplorate il web, godete dello streaming e delle immense possibilità che il digitale offre alla musica, ma poi cercatela sempre viva, sui palchi, amplificata dalle connessioni elettriche, amplificata dalle connessioni umane.

A cura di Irene Pagliano

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