Il 24 novembre 2017, fresca dei miei 21 anni appena compiuti, durante il ritorno in macchina post festeggiamenti avevo fatto pompare al mio migliore amico Perdonami”, il singolo di Salmo uscito proprio quella notte. Un anno fa di Playlist non immaginavo nemmeno la futura esistenza, ma era piuttosto chiaro che quello fosse il prologo di qualcosa di grosso.

Da lì le voci su un nuovo album si sono fatte sempre più insistenti, fino a trovare conferma questa estate, quando – con buona pace di tutti noi devoti – ne viene annunciato il titolo. È subito attesa spasmodica, che viene momentaneamente placata a settembre con la pubblicazione del primo singolo estratto, 90MIN”, una nitida e potentissima rappresentazione dell’Italia odierna sulla falsa riga di Childish Gambino in This is America” e, oserei dire, una sorta di manifesto politico 2.0 di cui qualcuno sentiva il bisogno. Tutto ciò, unito ad una campagna promozionale che definire geniale sarebbe ancora riduttivo (dai che un giretto su Pornhub ce lo siamo fatti tutti), è bastato per convincermi del fatto che Salmo, il rapper più hardcore della scena italiana, avrebbe senza troppi dubbi droppato il disco rap migliore dell’anno.

Con queste premesse e con alle spalle un lavoro come Hellvisback, un micidiale ibrido fra rap e punk con cui l’asticella era stata alzata esponenzialmente, le aspettative erano chiaramente elevatissime e non sono state disattese.

Playlist è un disco eterogeneo, estremamente fedele al concept espresso dal titolo, in cui non manca niente: c’è il boom bap anni ’90 in Stai Zitto” con Fabri Fibra, il flow mundial della Machete crew in Dispovery Channel con Nitro e il suo extrabeat (probabilmente il featuring più riuscito dell’album),l’incontro che sa di hit fra due generazioni – anagrafiche e musicali – nella collaborazione con Sfera Ebbasta in Cabriolet” (pietra dello scandalo per i fan più puristi, ma che Lebon non temesse di osare lo si sapeva da tempo) e un racconto da cardiopalma made in USA per le strade di Tijuana e Guadalajara in Sparare Alla Luna”, che vede la presenza di Coez, il ritornellaro più richiesto della scena per un risultato assicurato.

C’è però anche un Salmo inedito, come quello de “Il Cielo Nella Stanza”, che a distanza di cinque anni da Faraway torna per la prima volta insieme a Nstasia– sicuramente il featuring meno intuibile ma non così inaspettato, vista la presenza di Rose Villain in Don Mellìn – con una canzone d’amore che farebbe sciogliere qualsiasi cuore di ghiaccio (se dite di no, state mentendo), complici anche i rimandi a due dei più grandi cantautori della storia della musica italiana, Gino Paoli e Fabrizio De André.
Un plauso meritano anche le produzioni, quasi tutte curate in prima persona da Salmo, nelle quali mostra tutta la propria trasversalità musicale e dove viene affiancato da mani come quelle di Stabber (“Dispovery Channel”), Charlie Charles (“Cabriolet”), Low Kidd e Ceri (“Il cielo nella stanza”) e Frenetik&Orang3 (“Ora che fai?”, “Lunedì”), solo per citarne alcuni.

Playlist è un disco onesto e senza filtri, in cui Salmo non ha paura di dire la sua sull’attualità, la politica e l’italiano medio, anche a costo di perdere qualche ascoltatore e far incazzare i piani alti, ottemperando perfettamente alla propria indole di provocatore caustico che non ha lasciato indifferenti alle sue punchline al vetriolo non solo i suoi estimatori e i suoi detrattori, ma anche chi sostiene di non aver mai sentito il suo nome prima d’ora. Ma questo è il gioco, e i numeri ottenuti (più di 20 milioni di streaming in sole 48 ore dall’uscita) hanno dimostrato che Salmo lo ha indubbiamente vinto.

C’è un’altra cosa però di cui Salmo non ha paura: non ha paura di mettersi pubblicamente a nudo, di compiere una sorta di catabasi dantesca, che inizia occupando il ben più confortevole ruolo di spettatore critico dei lussuriosi, degli avari e degli ipocriti che abitano le bolge che lo circondano, per poi pian piano scendere, traccia dopo traccia, fino all’ultimo cerchio, Lunedì” quello più torbido e dolente, in cui è lui stesso a svestire i panni del rapper duro a tutti i costi  per mostrarsi in tutta la sua umana vulnerabilità, e lo fa in un modo così crudo e veritiero da gettare un’ombra scura sulla sfrontatezza e l’impertinenza delle dodici tracce precedenti, lasciando sprofondare l’ascoltatore in una voragine di inquietudine che farà fatica a scrollarsi di dosso mentre il pezzo e l’album si chiudono con un outro vagamente lo-fi.

Con questo disco Salmo ha forse raggiunto le consapevolezze della maturità e se davvero vorrà salutare il rap game per un po’, Playlist è sicuramente il suo degno arrivederci.


A cura di Greta Valicenti 

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