The Rubbish Truck 27 dicembre 16: Il Dittatore

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Le grandi abbuffate lasciano scorie e caduti sulla tavola, da imbustare sigillare e lanciare fuori dalla finestra senza sforzare eccessivamente un fisico già provato. Per questa evenienza nelle grandi città italiane stanno sgommando sotto i balconi file di camionnezza a cielo aperto. Sperate di riuscire a cogliere il buco, altrimenti il sacco marcio esploderà sul selciato. Il lato positivo è che il camioncino puzzolente vi ha lasciato un avanzo meno rancido di altri da gustare nell’agonia postnatalizia:

Il Dittatore

Tutto sommato il film più normale di Sacha Baron Coen, che con Borat e Brüno ha raggiunto profondità schifose ove i rifiuti organici fermentano, le quali mai mano umana ne avevano tangiuto (no, veramente, qual è il participio passato del verbo tangere? Tangiuto? Tangito? Tanto?) la molliccia consistenza. Il Dittatore è un film con più trama, attori migliori, girato come andrebbe girato un film. Ed è proprio questo che vogliamo sottolineare: escludendo le particolarità degli altri due secchi di letame, le quali potrebbero quasi essere considerate innovazioni o almeno, con occhio benevolo, avvisaglie di stile, in questo film classico possiamo notare dove l’immondizia diventi più esplicita: abbiamo casi marchiani nella trama, nel montaggio e nelle immagini.
Se l’inizio è grottesco ma niente di più, con la presentazione dello Stato “libero” di Wadiya, via via la comicità diventa apprezzabilmente più idiota, sciocca, fino a diventare scema, infine stupida e addirittura ridicola: che bellezza.

Se in Borat il caso era tanto sconcertante e esplicito da essere schifoso, ripreso poi proprio in Brüno, con Il Dittatore la sottigliezza è subdola. Troppo tardi ci si accorge della cacata slumantesi (participio presente di “slumare”, traducibile con l’inglese to stare, in accezione riflessiva), ma ormai si è già tanto addentro alla trama che è impossibile uscirne. 
Un po’ come accade al Servizio di Sicurezza ONU con l’Ammiraglio Generale Aladeen: lo spettatore prima lo disprezza, poi ne è ingannato e lo apprezza, ed infine – travolto dallo stesso inganno – non può far altro che accettare quelle nequizie aspettatesi in principium opera. 
Anche i personaggi, ben calibrati e definiti tipicamente, giocando sull’ambivalenza dell’aspettativa del fruitore per il cliché (della dramatis persona vera e propria, qui definita quasi come maschera da Commedia dell’Arte) unita alla conoscenza pregressa dell’idealtipo usualmente interpretato dall’attore stesso, sono ad un livello altino.

Questo film lo ho visto durante il liceo invece di studiare e non me ne sono pentito perché il mio comportamento di allora mi ha portato a intraprendere questa strada e soprattutto a scrivere questa bellissima recensione. Se non volete che la mia vita sia stata sprecata, per favore guardatelo.

a cura di Giovanni Peparello

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