The Revenant – Il capolavoro mancato di Iñarritu

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Alejandro Gonzalez Inarritu. Prendi il nome del regista, aggiungici il trailer accattivante e ti ritroverai con aspettative altissime, le giuste premesse per un capolavoro. E invece ne viene fuori, se non proprio un pessimo film, un’amara delusione che non può non essere condivisa da chi aveva visto e ammirato le altre opere del regista messicano, che con Birdman aveva saputo spingere fino al grottesco gli stereotipi hollywoodiani.

La trama, tratta dall’omonimo libro di Michael Punke, è ispirata a fatti realmente accaduti. Ed è forse soltanto quest’aurea da storia vera che può salvare il film da quelle componenti assurde che avrebbero fatto ridacchiare gli spettatori di un qualsiasi altro film di fantasia: un uomo viene aggredito brutalmente da un Grizzly e, dopo che quello l’ha scarnificato, gli ha spezzato le gambe e gli ha quasi asportato la carotide, riesce a ucciderlo a coltellate prima che tutte le centinaia di kg del bruno non gli franino addosso esanimi, riducendolo a poltiglia. Ma lui sopravvive, viene curato con acqua, ago e filo, quindi privato delle armi e mezzo sepolto vivo in una fossa d’occasione. Non muore, resiste e inizia a strisciare. Striscia per chilometri e chilometri – le caviglie vengono mostrate evidentemente spezzate da più inquadrature – e muovendosi come un lombrico riesce persino a scendere dalla cima di un crepaccio fino alla riva di un fiume ghiacciato, dove si accorge di perdere sangue e acqua dal collo e quindi se lo cicatrizza con del fuoco vivo. Poi riprendere a camminare a mo’ di Lazzaro, e da lì in poi, tra le altre cose, riuscirà persino a nuotare e scappare da un’intera tribù di indiani, prima di cascare dall’ennesimo crepaccio, atterrare su un pino e, contro ogni legge di sopravvivenza, ritrovarsi come nuovo.

Nonostante questo fondo di verità tesa all’esagerazione, l’unico personaggio coerente e puro, crudo come vorrebbe il regista, è il villain Fitzgerald. Merito del perfetto Tom Hardy, che riesce a trasmettere la dignità di uomo spaventato, combattuto e sconfitto, ridotto ormai soltanto alla sopravvivenza, a un carattere che in prima istanza sembrava solo un compiutissimo stronzo. Nulla da eccepire sulla prova del plurichiacchierato Leonardo Di Caprio: la sua parte la fa senza eccedere e senza pavoneggiarsi – l’apparente gigioneggiare è solo il riflesso della grossolana mano del regista – anche se senz’altro gli riescono meglio parti meno fisiche e più sceneggiate. Così, nelle scene più crude, prive di altra motivazione che esuli dalla crudezza stessa, il personaggio-uomo Hugh Glass (Leo) manifesta un progressivo imbruttimento misto a elevazione spirituale da santone della natura. O perlomeno queste sarebbero le intenzioni di Iñarritu, che però fallisce, trasformando la supposta lotta dell’uomo contro la Natura (e la Crudeltà, la Debolezza, la Malvagia Combriccola Che Lo Priva dell’Oscar) in uno sfoggio delle qualità dell’attore, lasciando l’insieme terribilmente disunito.

The Revenant è un film che vuole possedere tutto, dagli alberi scricchiolanti al fragore del vento, dal silenzio esaltato della colonna sonora – deludente e retorica anch’essa – passando per la crudeltà fino al consueto amore che vince su ogni cosa. Peccato che, nella sua bulimica volontà di toccare le sfumature dell’umano, ne sfiora la totalità senza afferrare ed amalgamare nulla. La sceneggiatura stessa alterna attimi di incomprensibilità a battute degne del peggior film d’azione, con il contorno di apocalittici addii meditativi, ridondanti come la neve che cade copiosa per due ore e mezza. Persino le visioni oniriche proiettate dalla mente del protagonista, tratto tipico del regista, risultano forzate e lontane dall’essere in grado di sensibilizzare lo spettatore alla psicologia e ai trascorsi tragici del protagonista. L’uomo che striscia, dopo un incipit interessante e un combattimento vs orso davvero ben congeniato, si perde insomma in un deserto di noia tanto vasto quanto le bellissime lande in cui è ambientata la vicenda, vero collante della pellicola.

Che la fotografia sia il pezzo forte del film – l’unico, merito di Emmanuel Lubetzki – lo si capisce dopo un paio di sublimi inquadrature paesaggistiche che gridano al miracolo, e, va detto, la percezione della telecamera appannata dal fiato, i fiocchi di neve/schizzi di sangue che vi rimangono impressi o lo sguardo di Glass diretto sullo spettatore sono un tocco di classe pregevole e innovativo, ma anch’essi, nel tentativo di fracassare a testate la quinta parete, sembrano corpi estranei all’insieme. D positivo, abbiamo soltanto il consueto egregio utilizzo della camera durante gli scontri (lode alle scene d’azione!), grazie a un fluido piano sequenza, coinvolgente e terribile durante le battaglie. Sebbene anche qui, in alcuni momenti, sembra che dietro la poltroncina del cinema si nasconda il terribile messicano, pronto ancora a bisbigliarti all’orecchio madonnamìa quanto so’ bravo.

In ultimo, i più pavoneggianti intellettualipotrebbero cogliere una cornice di meta-significato che permea l’intera pellicola di forti simbolismi religiosi, rimandi alle credenze indiane e ad un moderno Pan un po’ zen di ispirazione orientale, ma anch’essa viene lasciata talmente sottotraccia da presentarsi come un puro virtuosismo che si compiace di se stesso, perché nei fatti, agli occhi del pubblico, ne esce fuori una panoramica naturalistica mozzafiato da cui trasuda un falso realismo di morte, vendetta e riti ancestrali. Non sarebbe neanche male, se non fosse un film ma un reportage firmato National Geographic. E allora spettatore, quindi, non rimane altro che pensare se non vabbè, dai, dai che magari Leo quest’anno l’Oscar lo vince.

A cura di Federico Lucchesi e Giovanni Peparello

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