THE LOBSTER: IL CINISMO DELL’UOMO MODERNO

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A cura di Federico Lucchesi

Per la prima volta Lanthimos arriva in Italia: il suo ultimo film rimarrà nelle sale milanesi fino a fine Ottobre

“In che animale vorrebbe essere trasformato se non dovesse farcela?”

“In un’aragosta”

“Bene, di norma tutti pensano ai cani, ed è per questo che ce ne sono così tanti. Pochi pensano agli animali esotici, ed è per questo che rischiano l’estinzione”.

Hai appena perso la persona più importante della tua vita e, come offerta di rimborso, vieni invitato ad un soggiorno omaggio presso un Hotel a cinque stelle. La proposta, che sei obbligato ad accettare al di là della tua volontà, presenta un’unica condizione: hai 45 giorni di tempo per non rimanere single, pena l’essere trasformato in un animale. Lo sa bene tuo fratello Bob, che da quando è un cane è diventato molto più affettuoso.

Si apre così lo scenario grottesco e inverosimile di The Lobster, un mondo utopistico che ti lascia straniato per qualche minuto, salvo poi accettarlo come fosse la normalità. Vieni proiettato in un universo in cui non esiste il vero amore, non esiste il vero affetto, dove i sentimenti sono ricondotti all’avere cose in comune ed esserne razionalmente consapevoli.

Sei miope? Anch’io! Bene, sposiamoci!

Lanthimos realizza una critica alla società, una lucida disamina dello stato attuale nella quale ancor più feroce è il giudizio sull’essere umano: tutti i personaggi che ti circondano sono noncuranti, privi di personalità e slancio di vita, espropriati dal più minimo barlume di intelligenza. È l’Uomo di The Lobster, un individualista anaffettivo che non ha nulla di autentico, di vitale, e, quando non lo dà a vedere, è perché è falso ed abile ad apparire.

Ma non c’è solo l’Hotel. La vicenda si svolge su tre piani spaziali, tutti parte di un unico modello ideale, di cui fanno parte anche il Bosco e la Città. Si tratta di tre realtà ipocrite, estreme, dittatoriali, dominate completamente dal cinismo. Finché te la godi tra camera, idromassaggio e sala da pranzo, resti nel luogo in cui sei tenuto a cercare te stesso, a trovare la tua strada, a patto di abituarti alle convenzioni che dominano quel mondo. La relazione di coppia dev’essere il tuo unico pallino, l’unica aspirazione sociale che ti mantiene in vita. O vuoi finire come Bob?

 Decisione tua, in fondo hai tre opzioni: trovare un partner, con cui andare a vivere in città; scappare nel Bosco e vivere da solo; morire e diventare animale. Scelta non semplice, perché, se la Città è la patria dell’apparenza e del falso, universo ipocrita dove l’unica legge è mostrarsi felici è in coppia, i Boschi non sono quell’oasi di lirismo e ribellione tipici del Walden di Thoreau. Affatto, il solitario – diventeresti un solitario – è un individuo allo stato brado, negativo, simbolo dello stato naturale dell’uomo, un uomo considerato nato per vivere da solo. Insomma, un pragmatico individualista incapace di provare emozioni, che nonostante il rifiuto dichiarato per la città non riesce a fare a meno di andarci.

Non solo, da solitario avresti anche il compito e la missione di far capire a quelli dell’Hotel e della Città che quanto stanno vivendo sia falso. Saresti una sorta di coscienza morale che però non è in grado di fare autocritica su se stessa, finendo col compiere lo stesso errore delle altre due realtà.

Non va dimenticato che alle spalle di tutta questa fantasiosa metafora del reale c’è Yorgos Lanthimos, un regista che si può odiare od amare, ma che sicuramente si fa riconoscere quando mette le mani su una macchina da presa. Dal primo all’ultimo frame emerge un suo aspetto tipico: la capacità di coniugare ilarità e violenza. Chi non riderebbe a trovarsi di fronte a situazioni estremizzate di vita comune, in cui in fondo si rivede ma non ha il coraggio di ammetterlo a se stesso? Non ci sono alternative. La violenza, allo stesso modo, è qui sinonimo di quotidianità, e quindi concepita come naturale, meccanica, incapace di creare stupore e sconcerto. D’altronde è difficile che oggi s’abbia ancora la sensibilità di piangere e sdegnarsi di fronte ad ogni singolo servizio del telegiornale di turno, altrimenti faremmo incetta di colliri.

Ma Yorgos non si limita a non snaturarsi, è anche originale. Si inventa una voce fuori campo che guida la narrazione inserendosi di tanto in tanto tra una scena e l’altra. Non segue uno schema preciso, anzi; a volte commenta in prima persona, a volte in terza, ora anticipa gli eventi, ora li segue, qui copre l’essenziale, lì sottolinea il banale. Insomma, una conduzione dinamica e sorprendente che stride ma quasi si sposa con scene alla Melancholia di Lars Von Trier, dove i personaggi si muovono al rallentatore su sfondi pseudo-apocalittici, con musiche strumentali a fare da cornice.

E, a differenza di Dogtooth, opera per antonomasia del giovane regista greco in cui aveva messo in scena soltanto attori conterranei, questa volta ci si trova di fronte ad un sorprendente cast hollywoodiano, capitanato da Colin Farrell e Rachel Weisz. Sia chiaro che di “americano” The Lobster ha soltanto il roster di attori, peraltro quasi tutti inglesi o irlandesi. Per il resto è un film completamente europeo, coerente con la produzione precedente di Lanthimos.

Così, molto lentamente, The Lobster dipinge la condizione umana nel rapporto con se stessi e con gli altri, un quadro senza via d’uscita che termina con un finale sospeso, una libera interpretazione che porta con sé una domanda: e se finire come Bob fosse il male minore?

 

 

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