5 Dicembre 2017. Milano, Circolo Magnolia, ore 22:30.

Atmosfera buia, quasi nord europea di un Magnolia autunnale: il lungo viale deserto antecedente l’ingresso, luci stroboscopiche al limite del rischio epilessia, l’aeroporto di Linate a pochi metri. Tutto ha contribuito a rendere quello di l’altra sera un vero e proprio viaggio. Senza direzione definita, toccando varie tappe e incontrando diversi personaggi, dai Misfits degli anni ’70 alle sobrie, sempre discrete, capigliature dei Fuzztones, un salto ad ascoltare i Klaxons che suonano i Bauhaus, i Bauhaus che suonano The Cure, Robert Smith che canta David Bowie, un cammino al contrario in abito scuro, fatto di reminiscenze, suoni distorti e immagini macchiate. Ogni tassello, anche il più scomposto, ha permesso ai The Horrors di portare in scena una realtà virtuale, eterea e aleatoria pur nei suoi tratti dark, una catarsi a luci spente in una stanza che in quel momento diventa la tua. Non a caso il pezzo che dà il via al live è proprio Hologram, ologramma. E come un ologramma Faris Badwan rischia di sparire tra fumo, luci e un volume voce troppo basso. La situazione fortunatamente migliora decisamente dopo i primi due brani.

Il concerto, come è giusto che sia, si concentra sull’ultimo album “V” lasciando forse un po’ di amaro in bocca a chi sognava di riattraversare i suoni più crudi e spogli di album come “Primary colours” e “Strange House”. Sono mancati un po’ di Ramones, un po’ di Cramps, un po’ di violenza spensierata negli arrangiamenti e sul palco (ndr possibilmente senza ripetere quanto accaduto nel 2007, quando la data in Aprile a New York è degenerata in una rissa che ha finito per coinvolgere anche Faris stesso).

Spensierata violenza a parte, ai suoni garage / post punk e noise rock che i The Horrors ci avevano già ampiamente dato modo di apprezzare nei loro precedenti lavori, si sono avvicinate sonorità più cyber ed electro, che hanno deviato il nostro viaggio (e non solo) verso strade diverse, accompagnandoci con sonorità cupe stile Depeche Mode di brani come Ghost, insieme ai synth spessi di Press Enter To Exit e alle sfumature più danzerecce di uno dei singoli più apprezzati del loro ultimo album, Something To Remember Me By. Proprio con questo brano si chiude la serata e con essa l’intero cerchio. Regalatoci in chiusura, a conclusione di un viaggio vorticoso meritevole di un finale più sfumato, graduale, che riporta il battito al normale ritmo e permette di tornare a respirare piano, di spegnerci, quasi come rispondessimo implicitamente alla domanda che Faris ci ha rivolto all’inizio del live: “Are we holograms? Are we vision?”.

A cura di Clara Rodorigo

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