Geborgenheit è un termine tedesco che indica la sensazione di sicurezza che si prova stando insieme alle persone a cui si vuole bene. È questa la parola che accompagna i due viaggiatori protagonisti di The End of the F***ing World, la nuova serie tv britannica ideata e diretta da Jonathan Entwistle in uscita su Netflix a gennaio 2018.

James e Alyssa, diciassette anni, un’adolescenza che incalza e un incontro a scuola che apre le danze a due mondi interiori che hanno in progetto di esplodere. Lei ha una maglietta bianca impersonale ma sportiva, troppo lunga con le maniche che arrivano quasi ai gomiti e i pantaloni che devono trattenerne la parte finale per evitare che strabordi fino alle ginocchia; dall’altro lato c’è un ragazzo magro con un ciuffo nero, all’apparenza pacato ma in realtà con un cervello che frulla idee rosso sangue in continuazione.

Per meglio dire, il pensiero predominante di lui è quello di uccidere qualcuno, con un coltello, il prima possibile. Magari la vittima ideale potrebbe essere proprio in piedi lì davanti, in mensa all’ora di pranzo di un giorno scolastico qualsiasi, intenta a fissarlo con due occhi azzurri sbarrati, un sorriso inesistente e nessun muscolo a testimoniare l’esistenza di qualche emozione.

Alyssa non parla, semplicemente c’è, in quei pochi istanti in cui il mondo è costituito dal brusio incessante di una miriade di rumori anonimi sommati tra di loro e da un mucchio di studenti che girano in tanti piccoli branchi per il terrore di restare soli.

E così i due si conoscono, internamente arroganti ma di una delicatezza inespugnabile. Lei vede in lui il ribelle che immagina contrastare l’egemonia scolastica fatta di superficialità e moniti futili, lui vuole ucciderla. Inizia così il viaggio, mettendo in pratica quello che è il messaggio di chiunque abbia vissuto quel periodo chiamato adolescenza che incita al «sentirsi vivo, bruciare dentro finché c’è tempo, corpo e spazio per farlo».

The End of the F***ing World

Un percorso fatto di tanti movimenti, improvvisi e vivi alternati a scatti impacciati come quelli di un quadro di Picasso, un incrocio inesperto di tocchi, abbracci, baci, fantasie, in un dinamismo abile a condurre veramente, per il momento almeno, via da tutto. È

un vero e proprio trip nella natura, con il brivido della fuga, gli autogrill a portata di chilometri, gli adulti alle calcagna che però non potranno mai raggiungere quel luogo specifico, che nemmeno si sa se esista o meno realmente, inviolato che si trova laggiù, dove si è salvi in fondo alla strada, oltre i campi da tennis abbandonati e il sole che tramonta di sbieco sullo sfondo.

Alla base di questa fuga, vi è una denuncia all’ironia irrisoria utilizzata dagli adulti, i quali vengono privati di quella saggezza superficiale che censurano quotidianamente dietro risa isteriche. In risposta a questo atteggiamento, la difesa di due personaggi vivi che si incontrano e decidono di unirsi è la solitudine. Dapprima tacita e di ognuno e poi condivisa, è proprio il sentirsi incompresi a spingere oltre l’inclinazione del non provare emozioni e a permettere di affrontare i demoni del passato.

Il tutto sperimentando ogni sorta di elettrica novità, tra baci e prime volte, notti isolate in qualche hotel malconcio, giostrandosi lo spazio tra silenzi e scuse con un sottofondo di Françoise Hardy. Arrivando ad accorgersi di inizi e fini e di aver fatto un casino, o forse no. Perché alle volte occorre qualcuno che dica che non è colpa tua, oppure si corre il rischio di reinventarsi senza schemi come due figure con maglioni larghi diretti chissà dove in una danza grottesca di sinuosità immature.

A cura di Isabella Garanzini

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