Il corpo umano è da sempre oggetto di studio per la scienza e appare lontanissimo seppur vicinissimo. Come facciamo noi, che siamo fatti di carne ed ossa, a conoscere ciò che ci sorregge, che ci fa muovere, provare emozioni e forma la nostra intera immagine che vedono gli altri? A questa domanda ha risposto la diagnostica per immagini, una combinazione di tecniche e saperi differenti quali la fisica, la biologia, la chimica, la farmacologia e la medicina che lavorando in team hanno fatto progressi per salvare le vite umane.

Nello stesso modo con cui la scienza ci mette a “tu per tu” con la sostanza del nostro corpo, viene chiamata l’arte in suo aiuto per mostrare questa sorta di dialogo anche agli altri, a chi non mastica il vocabolario scientifico e soprattutto ai giovani che si vuole sensibilizzare e mettere nella condizione tale di conoscersi in profondità, nel senso letterario del termine.

A questo proposito il Gruppo Bracco, la multinazionale italiana per eccellenza legata ai liquidi di contrasto utili per le radiografie a raggi X, insieme alla Triennale di Milano ha allestito una mostra con l’intento di accompagnare per mano l’osservatore dentro e fuori di sé. La mostra The Beauty of Imaging si propone come esperienza immersiva, come arte esperienziale in Triennale dal 31 maggio al 2 luglio, ad ingresso gratuito. L’idea nasce grazie a Francis Bacon, pittore irlandese, che aveva nel suo studio il testo di radiologia della Clark “Positioning in radiology”.

Si gioca così sulla doppia faccia della bellezza, intesa dal punto di vista estetico delle “imaging” con i colori fluorescenti che emergono dalle radiografie cliniche, abbinate al loro valore sociale e scientifico come pratica di salvataggio di vite. Perché è proprio di questo che si tratta. Purtroppo la diagnostica è spesso associata alla malattia, allo stato della patologia dei pazienti che con la tac vogliono monitorare. Il concetto della mostra però punta più nella direzione opposta: la vita. Bisogna concepire quindi la scienza e i suoi progressi come strumenti in grado di preservare la vita stessa, è per questo che l’immagine del corpo umano viene proposto solo in posizione verticale.

“Non una mostra scientifica, ma una mostra scientificamente attendibile” così la descrive Mauro Belloni, curatore dei contenuti, che insieme al designer Florian Boje è riuscito a creare un percorso interdisciplinare, che ricorda molto i sussidiari che usavamo da bambini alle elementari, per introdurci in maniera quasi spontanea ad una scoperta che in realtà è frutto di ragionamenti e prove (anche fallimentari, all’inizio).

La nostra esperienza artistica inizia con due figure umane, una maschile e l’altra femminile, che si presentano come delle mappe in cui ne sono segnati i confini da linee luminose.  Come se il nostro corpo fosse una nazione e le linee i suoi stati. Successivamente vediamo la sala espositiva tripartirsi. Lungo tutta la parete destra è inserita una timeline che ci narra l’inizio e le fasi di sviluppo della scienza, e va da Democrito fino al 2020, passando per la scoperta (ufficiale) dei raggi X di Röntgen e per gli esordi della ricerca sui mezzi di contrasto portata avanti da Fulvio Bracco.

Nella parete opposta invece sono presenti dei totem elettronici in forma di edutainment, per meglio raggiungere l’obiettivo di Diana Bracco (presidente e amministratore delegato del Gruppo Bracco) e di tutto il suo team di arrivare, cioè, ad un’audience più ampia e variegata possibile. Al centro invece è posizionato un grande tavolo con sopra dei supporti tecnologici che oltre a far immedesimare l’osservatore negli studi effettuati, va anche a testimoniarne il progresso attraverso quaderni e fotografie che ne certifica l’avvenuta.

Successivamente alle due strutture antropomorfe all’inizio della mostra, si contrappone un’altra struttura alla fine.  Il modello che si è preso per ricreare la sagoma del corpo umano è uno dei due Bronzi di Riace, che poi è stata riempita da tante fotografie differenti dei nostri organi.

Le immagini singolarmente acquisiscono il valore di tanti pezzi di un puzzle scompaginato, che poi messe insieme ci regalano la sorpresa della bellezza umana, catturata nel dettaglio. A conclusione del dialogo con il nostro corpo, ci attende una sala di proiezione che trasmette il video “Vedere l’Invisibile”: una narrazione olografica accompagnata da musica e parole utile a riassumerci il nostro percorso e a rafforzare la maturata consapevolezza che abbiamo nei nostri confronti, una volta usciti.

A cura di Elisa Zampini

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