Il Manifesto: Taxi Driver

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Bentornati sul Manifesto, la rubrica che meglio esplora il genere cult del cinema. Oggi parliamo di Taxi Driver, film del 1976 diretto da Martin Scorsese e scritto da Paul Schrader. Non voglio sprecarmi con tanti giri di parole per presentare questo film, non ne ha bisogno: è un film semplicemente bello.

Un fenomenale Robert De Niro interpreta Travis Birkle, un tassista solitario di New York che lavora principalmente di notte per combattere i suoi problemi d’insonnia. Avvolta interamente in un clima jazz e noir, e nel pieno stile degli anni 70, la vita di Travis procede giorno dopo giorno nell’anonimato più totale: non ha molte interazioni con i suoi colleghi, neanche amici e non sa neanche bene come poter comunicare con le persone in generale. Siamo in periodo di campagne elettorali, e Travis si innamora spontaneamente di una ragazza che lavora per uno dei candidati. Betsy (Cybill Sheperd) è una delle donne del cinema più belle che abbia mai visto, soprattutto nel ruolo che ha nel film. Donna raffinata e di carattere, crea una contrapposizione assurda con il personaggio di Travis, schivo ma diretto e sincero, che all’inizio sembra funzionare ma finirà malamente. Dopo la delusione d’amore, la solitudine di Travis si fa sempre più acuta e inizia a prendere una piega violenta e deprimente. Il film mostra anche molte situazioni controverse di quel periodo storico e non solo: il marcio delle grandi metropoli, il razzismo verso i neri (impersonato benissimo dallo stesso Martin Scorsese, che si farà trasportare da Travis a spiare la moglie che gli mette le corna con un uomo di colore) e di quanto possano essere ipocriti gli uomini della classe dirigente con i semplici cittadini.

Ma questo film è reso particolare dalla sua essenza di forma: è come leggere Il giovane Holden, è una storia che attraverso le riflessioni su piccole cose porta a scoprire verità più grandi. A  Robert De Niro (a mio parere) si dovrebbe render merito di essere riuscito a interpretare una delle scene più realisticamente perfette della storia del cinema: il soliloquio armato allo specchio. Non smetterò mai di impersonarlo ogni tanto allo specchio.

Ad ogni modo, la piega violenta si fa sempre più folle, spinta da un grandissimo desiderio di giustizia. Si fa la cresta da Mohicano e prima tenta di ammazzare un politico, vanamente, e poi decide di salvare la vita a una giovane prostituta che una sera era capitata nel suo taxi, una giovanissima Jody Foster. Fa’ una strage e compie finalmente il gesto eroico che probabilmente aspettava da tutta una vita.

L’unicità di questo film è data dalle controversie e dalle contrapposizioni continue, ma non solo: è il film anche delle vecchie facce, poiché puoi vedere un giovane Harvey Keitel che interpreta alla grande il pappone del Bronx; oppure Peter Boyle, il frankestein di Frankestein Junior, fare il collega di Travis e dispensare perle da “siamo tutti fregati a questo mondo, in un modo o nell’altro..” in un caffè di periferia americano. La bellezza di questo film è proprio racchiusa nelle piccole cose che lo costituiscono.

A cura di Edoardo Marcuzzi

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