The Hateful Eight: The blood-splattered letter

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Voi, signore, siete una Jena. Nonostante la fama, non è mai semplice parlare di un film di Tarantino, anche, e soprattutto, perché i suoi tratti stilistici così prepotenti annebbiano il giudizio sugli altri aspetti dell’opera – nel bene e nel male.

Quello che abbiamo visto non è un semplice film, né è soltanto un film di Tarantino: è l’8vo. La ricorrenza del numero otto, nel titolo e nei personaggi, non è un caso né un divertissement.

La prima parte ha un ritmo compassato, costante, da western primigenio. La trama si srotola lentamente e i personaggi si presentano uno a uno. Ma c’è sotto qualcosa di strano. Il “negro” appare subito con una battuta in bocca, i dialoghi sono scanzonati, i gesti teatrali. Tutto sarà più chiaro quando il ritmo si velocizzerà in uno scialo di spari e pezzi di carne volanti.

Tarantino sa bene che questa violenza è troppo esplicita per non essere ridicola, e che anzi si trasforma, sotto gli occhi esterrefatti dello spettatore, in una pomposa parodia della violenza stessa.

The Hateful Eight è stato paragonato a Le Iene per la sceneggiatura pervasiva e la scenografia claustrofobica. In realtà il paragone ha poca presa, non più di quanto la abbia con qualsiasi altro film di Tarantino. Forse il rapporto è possibile solo come confutazione. Su Le Iene la violenza strisciava silenziosa sottotraccia per poi sfociare nella tortura e nella carneficina finale. Qui si assiste a un’impennata assurda, evocata più dalle aspettative dello spettatore che dalla trama.

I dialoghi sono chiacchiere, i personaggi sono stereotipi dei film cult e degli stessi film di Tarantino. Tim Roth (ricordiamolo su Le Iene) è l’inglese – l’attore inglese che si becca un proiettile nelle budella. Samuel L. Jackson è il Negro, la tirannia degli uomini malvagi che ancora aspetta la redenzione mentre si lascia andare alle peggiori nefandezze. Michael Madsen è lo psicopatico – e su questo gioca il regista quando racconta del Natale con la madre. Jennifer Jason-Leigh è la donna imbrattata di sangue, identica a Beatrix Kiddo negli sputi quasi simpatetici e nella maschera di denti rotti ed emoglobina che la avvolge nel finale. Kurt Russel è il cattivo del film più di genere di Tarantino, Grindhouse, ma anche l’indimenticato Plissken di 1997 Fuga da New York: chiamami Jena.

Le citazioni non sono mai un esercizio stilistico. Questa, così esplicita, vuole riportare lo spettatore alla satira carpenteriana della società americana.

Nell’opera più autocitazionista di Tarantino manca proprio l’attore Quentin. Ascoltiamo però una voce narrante, ed è proprio quella del regista. C’è però un alter-ego potente, il Negro, Non hai idea di quanto sia difficile essere un negro in America, devi riuscire a disarmare l’Uomo Bianco – e questa lettera ha avuto il desiderato effetto di disarmare L’Uomo Bianco. E il Negro porta proprio il messaggio finale: the blood-splattered letter.

Il film si rivolta come un guanto quando la lettera viene dichiarata falsa. Da quel momento assistiamo all’evolversi della trama verso ciò che veramente è: una commedia.

Una totale parodia del mito americano, degli eroici cowboy, dei buoni presidenti e dell’industria che pretende film sempre uguali, costruttivi: i buoni qui e i cattivi di là.

Non ci sono buoni in The H8ful. Non ci sono nemmeno cattivi. Tutti i personaggi sono macchiette, quasi maschere della commedia dell’arte. Burattini pronti ad esplodere quando il burattinaio comanda. Anche le sigarette Red Apple, marca fittizia e fumata in ogni suo film, vengono rollate così tanto spesso da sembrare l’insistente pubblicità di una multinazionale.

Il regista cede allo sbraco, arriva a coglionare anche gli spettatori in sala, che forse escono schifati o esaltati per motivi diversi ed entrambi sbagliati, dopo un film a due facce. E Tarantino ride, come il suo alter ego Negro, ride mentre traumatizza lo spettatore non con le scene violente ma con il ricorso alle idee più becere e grottesche portate al parossismo, identiche a quelle di un qualsiasi film di cassetta. Scopre i circuiti alle tecniche e al mestiere.

 La vecchia Mary mi sta chiamando, immagino sia ora di andare a dormire.

Questo è un bel tocco.

E questa è la chiave di volta di tutto il film, quando si estrae ancora una volta la lettera imbrattata di sangue per godere della finzione, ben consapevoli che sia tutto uno scherzo, l’America intera e i film americani – e solo dello scherzo si può godere, accettando stupri, negri castrati, messicani esplosi e donne impiccate con un sogghigno. (Ammesso che la lettera sia falsa, ammesso che il figlio sia stato stuprato, ammesso che non sia tutto solo un altro racconto di un negro bugiardo).

Bisogna capire questo prima di affrontare il senso più profondo di questa pellicola, forse la più impegnata e consapevole di Tarantino: nella goduria della legge del più forte, che sventra e sbrana l’uomo timorato in un’umida sintesi di sperma e sangue. Ma rinviamo questi giudizi ad altre riflessioni

La colonna sonora accompagna il film come una bestia in agguato nella neve, intrufolandosi negli interni nel momento in cui la voce fuori campo porta la tragedia e la farsa a rivelarsi all’interno dell’emporio. Resta da vedere se Tarantino abbia trovato la singola via per quest’unico film, già cercata in Django – ancora troppo serioso, o se la scrittura frenetica e superficiale si impossesserà di lui fino ad irretire ogni altra opera, imprigionandolo nella locanda di Minnie a battagliare con le proprie marionette.

Q.T. rimane l’unico, tra i registi viventi, che può permettersi di girare un film citando sé stesso e contemporaneamente facendo un buon lavoro, originale e complesso. Perché questo non è un western, non è un film, non è nemmeno un film di Tarantino. È l’ottavo. L’odiato ottavo.

A cura di Giovanni Peparello

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